
Il Sacro Monte di Varallo a differenza di altri Santuari non nasce da un evento miracoloso, da un’apparizione della Madonna o da qualche fatto straordinario ma dall’idea di un frate milanese, beato Bernardino Caimi che alla fine del ‘400 pensò di realizzare su questo monte la riproduzione dei luoghi santi di Palestina. Lui era stato nella seconda metà del ‘400 custode di Terra Santa e chi è stato in Terra Santa sa che per i cristiani cattolici, dai tempi di S. Francesco fino ai giorni nostri, ci sono i frati francescani che custodiscono i luoghi santi.
Caimi ricopre questa carica importante in un momento delicato, dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453, quando il pellegrinaggio della cristianità europea verso la Terra Sante era difficile, era reso difficoltoso dall’occupazione turca del mediterraneo orientale. Il rischio era che l’Europa cristiana perdesse la memoria storica dei luoghi in cui Cristo è vissuto. Memoria fondamentale per i credenti perché Cristo incarnandosi è entrato nel tempo, è entrato nella storia e quindi occorreva avere ben precise anche le coordinate storiche della vita di Gesù.
Una volta rientrato in Italia Caimi decide di spendere gli anni rimanenti della sua vita per cercare un luogo in cui riprodurre i santuari che lui aveva custodito.
Varie vicissitudini lo portano a Varallo dove a partire dal 1486 inizia questo progetto così singolare.
L’atto di fondazione del Sacro Monte porta la data del 21 dicembre 1486 quando papa Innocenzo VIII autorizza i frati a raccogliere fondi per costruire il Sacro Monte, quello che era l’embrione del Sacro Monte ossia il nucleo del Santo Sepolcro.
Il Sacro Monte viene poi seguito nel suo primo sviluppo proprio da Caimi almeno fino all’anno della sua morte, il 1500. Il suo progetto, appena agli inizi ma già definito, non viene però abbandonato ma portato avanti dai frati suoi collaboratori,dai suoi successori alla guida del convento di Santa Maria delle Grazie che era la casa madre dei frati francescani a Varallo e soprattutto verrà modificato e ampliato come lo si vede oggi. Non più solo la semplice riproduzione della Terra Santa ma in 45 cappelle il racconto di tutta la vita di Gesù. Si passa dalla riproduzione di luoghi al racconto di una storia.
Questa modifica progettuale deriva dal fatto che durante il ‘500, soprattutto durante la seconda metà del ‘500, l’idea e la preoccupazione principale non era più quella di raggiungere la Terra Santa (c’era stata anche la battaglia di Lepanto nel 1571 che aveva un po’ frenato l’espansione turca), quanto piuttosto quella di rispondere al grave problema di crisi religiosa che era sorto nel cuore dell’Europa: la spaccatura tra cattolici e protestanti.
I cattolici attraverso il concilio di Trento, un’opera di rinnovamento e ripensamento da parte della chiesa, si accorgono che occorre proporre in modo nuovo, più diretto e più efficace la propria fede e il contenuto dottrinale. Questo poteva avvenire per le grandi masse popolari spesso analfabete e lontane dal testo sacro che la chiesa aveva mantenuto in latino a differenza dei protestanti che lo avevano tradotto nelle lingue nazionali, attraverso il linguaggio semplice ma efficace della pittura e della scultura. Chiunque, accostandosi all’immagine, poteva conoscere il contenuto del testo sacro e quindi colmare la distanza che vi era tra lui e il testo sacro.
Tutte le cappelle del Sacro Monte sono segnate da una tavoletta, lignea o dipinta sul muro, divisa in due parti che porta il nome di “detto scritturale” e in cui sono riportati passi biblici direttamente riferiti alla cappella o che commentano la scena che si vede all’interno. L’immagine traduce il contenuto.
Al Sacro Monte di Varallo, a differenza di altri luoghi, vi è la riproduzione nelle cappelle dei vangeli canonici, non dei vangeli apocrifi, quindi c’è una fedeltà al testo della bibbia.
Tutte le cappelle sono poi contraddistinte da questa grata che separa il pellegrino dalla scena. E’ una separazione che inizialmente non c’era ma viene pensata e attuata tra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600 per far sì che l’occhio del fedele non sia distratto nel cogliere mille particolari ma sia indirizzato e concentrato su dei precisi particolari; sono una guida alla lettura della cappella.
Oggi possono forse urtare e disturbare la sensibilità di chi viene a visitare perché effettivamente impediscono di vedere tutto ma se con un po’ di pazienza e tempo si osserva la cappella attraverso le varie aperture, ci si accorgerà di alcuni precisi particolari. Senza la grata si rischia di vedere l’insieme ma di perdere l’importanza di questi particolari, sguardi, volti e gesti.
Le cappelle si articolano in vari nuclei: il nucleo di Nazareth, il nucleo di Betlemme, il nucleo della vita pubblica di Gesù e quello di Gerusalemme.
La parte più antica è quella che nel percorso attuale verrà visitata per ultima, quella del nucleo del Calvario e del Sepolcro mentre man mano nel corso di almeno trecento anni sono state realizzate tutte le altre varie parti per dare completezza alla vita di Gesù. Non si è dunque iniziato a lavorare dalla cappella 1 per arrivare alla 45 ma prima quelle che riproducono i santuari della Terra Santa, quindi la grotta di Nazareth, la grotta di Betlemme, il nucleo del Calvario e del Sepolcro e man mano tutte le altre secondo un progetto ideato negli anni 60 del ‘500 da Galeazzo Alessi.
Nel suo famoso Libro dei Misteri riordina il percorso del Sacro Monte tenendo presente le mutate esigenze, quindi non più solo di riproduzione dei santuari palestinesi ma del racconto di tutta la vita di Gesù.
Una figura molto importante che ha contribuito allo sviluppo attuale del Sacro Monte è sicuramente quella di Carlo Borromeo che è stato più volte pellegrino qua, l’ultima volta pochi giorni prima di morire. Egli ha capito l’importanza spirituale del Sacro Monte, prima ancora di dare indicazioni e di fare progetti, che sarà poi il compito di Carlo Bascapé, suo segretario e poi vescovo della diocesi di Novara. Borromeo si è fatto pellegrino egli stesso attraverso le cappelle, immedesimandosi nell’esperienza che i visitatori almeno da cento anni già facevano.
L’arco di tempo di costruzione del Sacro Monte va dalla fine del 1400 fino alla metà del 1700; le ultime cappelle architettonicamente costruite risalgono agli anni 30 del ‘700. Dopo si può dire che il cantiere dal punto di vista del numero delle cappelle era concluso, per avere poi tra la metà del ‘700 e l’800 rifacimenti e sistemazioni.
Le cappelle sono state costruite grazie alla sensibilità e alla sponsorizzazione di famiglie nobili, di città, parenti e gruppi di persone che adottavano i progetti delle varie cappelle e finanziavano per i progetti specifici. C’era una committenza mirata che ha permesso la realizzazione di cappelle anche di grandi dimensioni in poco tempo, con un notevole dispendio finanziario per pagare gli artisti, scultori e pittori. Troviamo ad esempio la cappella offerta dai valsesiani residenti a Roma, dai valsesiani residenti a Torino, come le cappelle offerte da casa Savoia o da altre famiglie nobili che vivevano nell’orbita prima del Ducato di Milano e poi del Regno Sabaudo a partire dall’inizio del ‘700.
Le cappelle vennero costruite anche grazie alla sensibilità locale; non dimentichiamo che il primo sponsorizzatore del Sacro Monte fu Emiliano Scarognini, nobile varallese che si entusiasmò all’idea di Bernardino Caimi di realizzare qua il Sacro Monte. Caimi a Varallo trovò anche le condizioni economiche e sociali adatte al suo progetto.
All’inizio del percorso si vedono queste due statue, a destra quella del fondatore Bernardino Caimi, a sinistra Gaudenzio Ferrari che è stato il primo grande artista che ha dato un’impronta notevole al Sacro Monte. Da un punto di vista quantitativo non ha fatto molto, ha lavorato alla cappella dei Magi, alla cappella della Crocifissione e, morendo nel 1546, lavorò solo alla prima fase del Sacro Monte. Ma da un punto di vista qualitativo è stato il primo grande artista che ha dato lustro al Sacro Monte. Dopo di lui tutti gli artisti che sono venuti si sono sempre ispirati, pur in modi diversi, alla sua arte, alle sue idee e alla sua concezione artistica che mirava a fondere pittura e scultura in un’unica dimensione per coinvolgere ancora di più il visitatore che all’inizio, senza le grate, era coinvolto tra pittura e scultura in questa tridimensionalità.
All’inizio del percorso queste due statue ci ricordano da una parte l’ideatore del Sacro Monte e dall’altra chi materialmente ha contribuito a mettere in pratica l’idea di Bernardino Caimi.
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