Dopo l'omaggio dei pastori e dei
Magi, S. Giuseppe viene avvisato, in sogno, da un Angelo
di fuggire in Egitto, perché il re Erode cerca
il Bambino per ucciderlo
Costruita verso il 1566-67.
Statue di Gaudenzio Ferrari (1515-16).
Affreschi di Giulio Cesare Luini (1573).

LA CAPPELLA DEL SECONDO SOGNO DI S.GIUSEPPE
L'avviso in sogno dell'angelo a S.
Giuseppe di fuggire in Egitto, o più semplicemente,
il Secondo sogno di S. Giuseppe, raffigurato nella
cappella IX, è compreso ancora nel gruppo degli
edifici di Betlemme. Sorge infatti subito dopo la Presentazione
al Tempio (già Circoncisione) sulla destra e
sovrasta in parte la Grotta dei Pastori. La sua erezione è però di
vari decenni più tarda rispetto alle altre costruzioni
di quel complesso.
Ovviamente nessun accenno ad una eventuale intenzione
di innalzare questa cappella si incontra nella guida
del 1514; nè essa ancora compare nella prima
veduta del Sacro Monte conservata a Brera (1540 o poco
dopo) e nelle sue due repliche della sacrestia del
Duomo di Torino e della parrocchia di Caresanablot
nel Vercellese; così pure nulla ne dicono le
due guide del 1566 e del 1570.
Al contrario, negli stessi anni, Galeazzo Alessi nel «Libro
dei Misteri» ne tratta ripetutamente. Infatti
nella premessa scrive: «Nella Cappella congiunta
a questa (ossia alla Circoncisione), ancora imperfetta,
faccivisi Giuseppe tutto languido riposarsi, dormendo
nell'uno de' Iati dela casa sua, et l'Angelo d'Iddio
tutto risplendente lo auisi a fuggirsene in Egitto
insieme con Maria Vergine et col Fig(lio)lo et intorno
a detto Tempio dipinghinsi dei paesi che mostrino la
Regione, doue essi hauerànno da caminare;».
Nella planimetria generale del Sacro Monte che segue
alla premessa la cappella è già delineata
chiaramente nel gruppo degli edifici di Betlemme, ma
con l'orientamento alterato e rivolto verso mezzogiorno
insieme alla cappella della Circoncisione per poter
raffigurare la sottostante grotta della Natività;
l'accompagna la didascalia: «L'angelo
annu(nz)zia a S. Josepp che fugga in Egitto».
Nella parte poi delle illustrazioni, ripetendo in scala
maggiore
la pianta del complesso di Betlemme, la cappella compare,
sempre orientata in modo alterato verso mezzogiorno come la contigua Circoncisione, ma
viene indicata genericamente come «Cappella
sopra terra».
Poche pagine dopo, dovendo illustrare
il suo progetto per questo mistero, l'Alessi vi dedica
solo una tavola con lo spaccato di una costruzione
priva di particolari caratteristiche architettoniche
(ed in realtà anche senza . una rispondenza
diretta con le strutture della cappella vera); nell'interno
vi è raffigurato in un bozzetto l'annunzio dell'angelo
a S. Giuseppe seduto a terra e dormiente davanti ad
una capanna semidiroccata posta sulla destra, mentre
sulla sinistra campeggiano due alberi dietro ai quali
si scorge uno sfondo di paesaggio. La didascalia dice: «La
figura da farse in Bettelem in la capella segnata E»,
e più sotto: «Le mesure di questa Capella
non me è parso ponerle in questo foglio esendo
già la Capella fatta et il Pittore potra regolarse
cola grandezza di essa».
Una più esatta planimetria della costruzione
si trova poi in un successivo progetto di pianificazione
dell'area centrale del Sacro Monte, databile tra il
1575 e l'80, della raccolta Ferrari nella Biblioteca
Ambrosiana di Milano.
Se si tiene dunque conto che la datazione
più esatta
del «Libro dei Misteri» deve restringersi
tra il 1567 ed il 68 (nel marzo-aprile dei 69 l'Alessi
si allontana definitivamente da Milano) se ne deve
dedurre che proprio durante la sua stesura il tempietto
si trovava in piena fase costruttiva. Forse è l'unico
esempio in tutto il libro in cui riferendosi ad una
cappella, dapprima si dica che è «ancora
imperfetta», e poi, poco più avanti, che
essa è ormai costruita; a meno che il termine «imperfetta» non
voglia solo riferirsi al fatto che era ancora priva
delle statue e delle pitture. Nel primo caso, che mi
pare il più probabile, la datazione dell'edificio
dovrebbe risalire senza alcun dubbio agli anni 1566-67;
nel secondo, a qualche tempo, ma non molto, prima.
Che poi la guida del 1570 non ne parli risulta ovvio
dato che la cappella era ancora priva della scena figurata.
E per opera di chi sorse questo mistero?
Poichè negli stessi anni erano in costruzione
la Porta Maggiore (terminata verso il 1565) e subito
dopo la cappella di Adamo ed Eva (1565-66), entrambe
su progetto dell'Alessi e per munificienza di Giacomo
d'Adda, c'è da pensare che il Secondo sogno
di S. Giuseppe, opera di modesta tradizione locale
e non ambiziosa architettura alessiana, sia stato innalzato
dopo un piuttosto lungo periodo di sospensione dei
lavori sul Sacro Monte, non dal ricco mecenate milanese,
ma con le offerte dei fedeli, quasi a sua emulazione,
per seguirne l'esempio e per dimostrare la volontà di
uno sforzo di ripresa da parte della fabbriceria e
dei Varallesi, un tentativo dunque di attività parallela.
Completata però la parte architettonica, i lavori
rimasero sospesi per alcuni anni, molto probabilmen
te per mancanza di fondi. È solo con il "Memoriale" del
12 novembre 1572, con cui si stabilivano le opere da
farsi sul Sacro Monte, che si prendono le seguenti
decisioni per il Secondo sogno di S. Giuseppe. "Alla
Capella di S. Joseph si aure da fenir et fare le due
figure di rilievo et reportarli la Madonna qual è nella
Cappella di Loreto, et mettere la detta Madonna a man
dritta et le altre figure a mano stanche".
L'attuazione dell'ordine dovette avvenire
con relativa sollecitudine; si può pensare entro i primi
mesi del 1573, poichè l'elenco delle Cappelle
conservato nell'Archivio d'Adda di Varallo, che il
Galloni data verso il 1574, dà l'opera come
compiuta, tuttavia non con scrupolosa esattezza. Infatti
il gruppo statuario della Madonna col Bambino, trasferito
dalla Santa Casa di Loreto, che veniva trasformata
nella cappella dell'Annunciazione per attuare il nuovo
ordinamento dei primi misteri secondo il progetto alessiano,
non fu collocata sulla destra, come prevedeva il "Memoriale",
ma al centro, disponendo di conseguenza ai due lati,
sebbene in primo piano, le figure dell'Angelo e di
S. Giuseppe dormiente.
Nulla dicono sull'autore delle statue
nè il
Fassola ad un secolo esatto da questa sistemazione,
nè poco dopo il Torrotti (1686), nè le
guide della prima metà del Settecento. È solo
con l'opera del Bartoli del 1777 che compare per la
prima volta il nome di Fermo Stella da Caravaggio,
riportato poi, come di consueto, in tutta la letteratura
successiva, quasi fino ai nostri giorni.
Si tratta
però di una notizia eccessivamente tarda, di
oltre due secoli posteriore ai lavori e già per
questo
poco attendibile. Risulta al contrario dal "Memoriale" del
1572, come si è visto, che il gruppo della Madonna
col Bambino era preesistente rispetto all'Angelo ed
al S. Giuseppe, provenendo dalla gaudenziana cappella
già della Santa Casa di Loreto, e ciò è evidente
anche per lo stile. Pure diverso è il materiale
in cui sono state realizzate le statue: infatti, mentre
il S. Giuseppe e l'Angelo sono in stucco, la Madonna è in
terracotta fino al busto ed in stucco solo nella parte
inferiore.
Certo in origine doveva essere interamente
in terracotta e la parte in stucco non è che
un rifacimento resosi necessario in seguito ai danni
subiti nel trasferimento della sta
tua da una cappella all'altra, rifacimento evidentemente
eseguito dallo stesso scultore che plasmò il
S. Giuseppe e l'Angelo. Cosi pure in origine la Madonna
doveva avere il capo ricoperto dalla parrucca ad imitazione
dei
capelli veri, sui quali era posta una corona, come
si vede nelle antiche xilografie.
In un momento non
precisato la parrucca venne sostituita da un breve
velo con un piccolo bordo di capelli, tutto in gesso,
come un casco, su cui venne
ricollocata la corona che vi rimase fino ad anni recenti
(sul tergo
della statua
una scritta "A.F. 1741" che si leggeva prima
dei recenti restauri, segnava forse la data di questo
intervento?).
Nel 1914 il Galloni che scopri e pubblicò il "Memoriale" del
1572, assegnò per la prima volta questo tenero
ed affettuosissimo gruppo statuario a scuola gaudenziana.
Ma più recentemente il Testori, seguito dal
Mallè, lo ha rivendicato giustamente allo stesso
Gaudenzio, che l'avrebbe eseguito in un momento prossimo
al gruppo della cappella di Loreto a Roccapietra, datato
dal Testori stesso al 1513-15; il Mallè colloca
a sua volta l'esecuzione attorno al 15. Certo l'affinità stilistica
del gruppo così palpitante e commosso con la
Madonna della Presentazione al Tempio, che per varie
ragioni abbiamo datato attorno al 1516-17, è strettissima.
Considerando però che l'edificio dell'attuale
Annunciazione da dove proviene, non esisteva ancora
nel 1514, nè a quella data si pensava ancora
di erigerlo, e che quindi deve esser stato eretto qualche
anno dopo, presumibilmente verso il 1520, bisogna ritenere
che anche il gruppo statuario sia stato modellato attorno
a quella data, ossia poco prima della grande impresa
della Crocifissione.
Anche per le altre due figure di S. Giuseppe e dell'Angelo
risulta inaccettabile la tarda assegnazione a Fermo
Stella; innanzi tutto essa si colloca in una posizione
anomala rispetto alla maggior parte della statuaria
dei Sacro Monte trattandosi di esemplari in stucco
pressochè unici, anzichè di sculture
in terracotta secondo una tradizione iniziata da Gaudenzio
e mantenuta anche nei secoli successivi dai grandi
statuari attivi a Varallo; nè un seguace di
Gaudenzio, come dovrebbe essere lo Stella, avrebbe
osato allontanarsene. I documenti poi riguardanti lo
Stella giungono solo fino al 1562 e si riferiscono
esclusivamente ad opere pittoriche. Non esiste dunque
nessuna prova che abbia svolto anche l'attività di
scultore (è solo il Fassola che per primo gli
assegnerà delle statue al Sacro Monte, ma a
più di un secolo di distanza); nè è possibile
pensare che lavorasse ancora nel 1572-73, dato che
il primo documento che lo riguarda risale addirittura
al 1510. Anzi, è certo che in quel periodo così tardo
doveva essere già morto.
L'uso di un materiale nuovo come lo
stucco, dei tutto inconsueto al
Sacro Monte, e lo stile stesso delle statue d'una solennità un
pò fredda e classicheggiante, lontano dallo
spirito dominante nell'arte valsesiana, fanno pensare
non solo ad uno scultore chiamato da fuori, ma con
la più grande probabilità dall'area lombarda,
e per opera di Giacomo d'Adda, quindi dall'ambiente
milanese ove si sarà formato ed avrà operato
molto verosimilmente all'ombra dei cantieri del Duomo
o di S. Maria presso S. Celso allora in piena attività.
Solo un accurato raffronto con le
opere dei maestri attivi in quegli anni in quell'ambito,
quando saranno
stati studiati in modo approfondito, potrà dirci
di più sul nostro sconosciuto scultore (Angelo
De Marinis detto il Siciliano? Francesco Brambilla
attivissimo modellatore di statue per il Duomo milanese
nei decenni successivi?).
Il «Memoriale» del novembre 1572 in cui
si parla delle due statue di S. Giuseppe e dell'Angelo,
trattando della cappella di Adamo ed Eva aveva ricordato
che le due figure dei progenitori dovevano essere modellate
dal «M(astro) che
ha da venir da Milano».
Ed il mese precedente, il 19 ottobre, un mastro scrivendo
da Varallo a Giacomo d'Adda gli ricordava che «habiam
condoto le figure a Varallo per Dio gratia sentia machula
alcuna», riferendosi, pare, alle statue della
Visitazione.
Sembra illogico pensare che negli
stessi mesi di ottobre - novembre si dessero incarichi
di
scultura a più di un maestro. Viene dunque da
credere che si debba trattare di un unico artista milanese
che deve aver eseguito nella sua città le due
statue della Madonna e di S. Elisabetta per la Visitazione,
e, giunto poi al Sacro Monte, vi abbia modellato dapprima
quelle di Adamo ed Eva per il Paradiso Terrestre nel
tardo novembre o nel dicembre 1572, e poi le altre
due di S. Giuseppe e dell'Angelo per il Secondo sogno,
le uniche giunte fino a noi. Vi sono poi anche quelle
del battesimo.
Infatti, come è noto le une vennero rifatte
tra il 1608 e il 12 e le altre, una prima volta tra
il 1594 ed il 95 dal Prestinari, e pochi anni dopo
dal Tabacchetti.
Nulla vieta di pensare che quei primi esemplari ora
perduti fossero in stucco e non in terracotta.
Nel «Memoriale» l'espressione è in
verità un pò sibillina: "Alla Cappella
di S. Joseph si haurà da fenir et fare le due
figure di rilieuo...». Ma ritengo che il verbo «fenir» si
riferisca alla cappella in generale ed il verbo «fare» alle
statue, che quindi saranno state eseguite interamente
nei primi mesi del 1573; in caso diverso, cioè se
già iniziate prima della data del «Memoriale»,
saranno sempre però state terminate dopo l'esecuzione
di quelle di Adamo ed Eva e quindi ugualmente agli
inizi del nuovo anno.
Esse verranno ridipinte molte volte lungo i secoli.
Già nella sua visita del settembre del 1617
il vescovo di Novara cardinal Taverna ordinava che
la figura «dell'Angelo che per la maggior parte
si vedeva nuda e con poca decenza si dovesse vestirla
e ricoprire tali nudità riformandone la faccia
in modo più decoroso».
Nel 1944 le due statue verranno liberate
dai capelli e dalla barba di crine già sovrapposti a quelli
ottocenteschi in stucco, e nel 1975-76 verranno ripulite
dalle molte ridipinture, ottenendo l'esito più felice
nel riscoprire gran parte della decorazione originaria
della veste dell'Angelo.
Per quanto riguarda la parte pittorica della cappella
non sono minori i problemi.
Il «Memoriale» della fine dei 72 non accenna
agli affreschi. Ma poichè l'Elenco dell'Archivio
d'Adda, ritenuto del 1574, sembra considerare la cappella
ormai finita, si è indotti a pensare che a quella
data anche i dipinti fossero stati eseguiti.
Nessuna guida però fino alla seconda metà del
Settecento ne fa cenno, considerandoli evidente mente
di scarsa importanza. Anche qui è solo nel 1777
che viene fuori il nome di Giulio Cesare Luini nell'opera
del Bartoli, e la notizia, come di consueto è poi
ripetuta quasi da tutti fino ad oggi. Dalla fine dell'Ottocento
molti hanno aggiunto che i dipinti sono «in
parte guasti e ricoperti da volgare pennello», segno
evidente che lungo il secolo si era provveduto a ripassarli
in parte.
Ma era ancora vivo ed operante il
Luini nel 1573? Troppo scarsi sono i dati che abbiamo
su di lui
per poterlo confermare. Così pure troppo diverse
tra loro sono le opere a lui assegnate per poter avere
un sicuro metro di giudizio e le condizioni dei dipinti
stessi tanto degradati rendono ancor più difficile
un'attribuzione. Risulta però evidente la presenza
di più mani e di epoche diverse nel complesso
pittorico.
Nella visita del settembre del 1617
il cardinal Taverna ordinava di rifare le pitture «tanto interiormente
quanto esteriormente», ossia tanto nella parte
della cappella occupata dalla scena sacra, quanto in
quella antistante, riservata ai visitatori.
Sulla parete di fondo gli affreschi
sono in gran parte scomparsi e la presenza di una finestra,
molto probabilmente
aperta in epoca posteriore all'esecuzione dei dipinti,
non ha certo contribuito a conservarli. È probabile
che all'origine vi fosse solo il piccolo occhio circolare
in alto, ora occupato da una bianca luna in rilievo,
in stucco o in gesso, forse ottocentesca.
La finestra attuale, posta proprio di fronte ai riguardanti,
caso unico in tutto il Sacro Monte, disturba notevolmente
la vista della scena soprattutto nelle ore del mattino,
tanto da far auspicare che venga schermata; dei resto
l'episodio logicamente dovrebbe esser notturno.
Sulla parete di destra è dipinto un paesaggio
con due figure; su quella di sinistra è rappresentata
una Fuga in Egitto, certo eseguita prima dell'erezione
dell'omonima cappella, anzi, proprio in attesa che
questa venisse eretta. L'ampia volta a padiglione raffigura
il sottotetto di una capanna coperta di paglia.
Essendo l'aula divisa in due zone, in quella riservata
ai visitatori si scorge dipinto a tempera sul tavolato
di legno al di sopra della grata un'altra Fuga in Egitto
con due angeli ai lati in atto di adorazione.
Alle spalle, nel mezzo della volta è rappresentato
il fatto biblico dell'Adorazione del vitello d'oro,
circondato da putti con cestoni di frutta e fiori;
lo stile fa ritenere si tratti di dipinti eseguiti
dopo la visita e gli ordini dati nel 1617 dal cardinal
Taverna, ma per ora è difficile individuarne
l'autore: (Melchiorre d’Enrico ?).
Dopo i restauri del 1975-76 eseguiti
da Fermo De Dominici con finanziamento del comm. Ilorini,
delle ditte Ragno
Inning, oltre che della Soprintendenza ai Beni Artistici
del Piemonte è stata riproposta l'attribuzione
al Luini per la Fuga in Egitto sulla parete di sinistra
in cui sono stati trovati due strati di affresco sovrapposti
proprio in corrispondenza della Madonna col Bambino
in cui è da vedere forse un pentimento dell'autore,
oppure un intervento di poco più tardo per migliorare
la prima redazione del dipinto. La parte di affresco
sovrapposta, dopo esser stata restaurata ed asportata
dalla parete ha trovato sistemazione nel Museo del
Sacro Monte.
Per la parete di destra pare che l'autore degli scadenti
affreschi con raffigurazioni di architetture e paesaggi
si debba ricercare nell'ambito di quei pittori ancor
ignoti che in S. Marco di Varallo, come aiuti del Luini,
decorarono la parete sinistra della navata con scene
analoghe.
|