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Cappella 9 - Secondo sogno di S. Giuseppe

Iscrizione : Iosaba, preso Joas figlio di Scozia, lo nascose alla vista di Atalia, perché non fosse ucciso (IV libro dei Re 11,2 ).
Un Angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe, dicendo: Alzati e prendi il Bambino e sua Madre e fuggi in Egitto, perché avverrà che Erode cerchi il Bambino per farlo morire (Matteo, 2,13)

Il complesso di Betlemme comprende ancora un’altra cappella, che ricorda il  Secondo sogno di Giuseppe.

L’angelo nuovamente appare a Giuseppe per comunicargli le intenzioni omicide di Erode nei confronti del bambino, e invita a fuggire in Egitto.

Questa cappella, anche se non da un punto di vista strutturale, ha comunque un legame con il Santuario di Betlemme, ove in una delle grotte adiacenti quella della natività è presente, almeno dal 1622, un altare che ricorda questo mistero, raffigurato in un quadro.

 

Conosciamo la cappella 9
di Casimiro Debiaggi
Dopo l'omaggio dei pastori e dei Magi, S. Giuseppe viene avvisato, in sogno, da un Angelo di fuggire in Egitto, perché il re Erode cerca il Bambino per ucciderlo


Costruita verso il 1566-67.
Statue di Gaudenzio Ferrari (1515-16).
Affreschi di Giulio Cesare Luini (1573).



LA CAPPELLA DEL SECONDO SOGNO DI S.GIUSEPPE

L'avviso in sogno dell'angelo a S. Giuseppe di fuggire in Egitto, o più semplicemente, il Secondo sogno di S. Giuseppe, raffigurato nella cappella IX, è compreso ancora nel gruppo degli edifici di Betlemme. Sorge infatti subito dopo la Presentazione al Tempio (già Circoncisione) sulla destra e sovrasta in parte la Grotta dei Pastori. La sua erezione è però di vari decenni più tarda rispetto alle altre costruzioni di quel complesso.


Ovviamente nessun accenno ad una eventuale intenzione di innalzare questa cappella si incontra nella guida del 1514; nè essa ancora compare nella prima veduta del Sacro Monte conservata a Brera (1540 o poco dopo) e nelle sue due repliche della sacrestia del Duomo di Torino e della parrocchia di Caresanablot nel Vercellese; così pure nulla ne dicono le due guide del 1566 e del 1570.


Al contrario, negli stessi anni, Galeazzo Alessi nel «Libro dei Misteri» ne tratta ripetutamente. Infatti nella premessa scrive: «Nella Cappella congiunta a questa (ossia alla Circoncisione), ancora imperfetta, faccivisi Giuseppe tutto languido riposarsi, dormendo nell'uno de' Iati dela casa sua, et l'Angelo d'Iddio tutto risplendente lo auisi a fuggirsene in Egitto insieme con Maria Vergine et col Fig(lio)lo et intorno a detto Tempio dipinghinsi dei paesi che mostrino la Regione, doue essi hauerànno da caminare;».


Nella planimetria generale del Sacro Monte che segue alla premessa la cappella è già delineata chiaramente nel gruppo degli edifici di Betlemme, ma con l'orientamento alterato e rivolto verso mezzogiorno insieme alla cappella della Circoncisione per poter raffigurare la sottostante grotta della Natività; l'accompagna la didascalia: «L'angelo annu(nz)zia a S. Josepp che fugga in Egitto». Nella parte poi delle illustrazioni, ripetendo in scala maggiore la pianta del complesso di Betlemme, la cappella compare, sempre orientata in modo alterato verso mezzogiorno come la contigua Circoncisione, ma viene indicata genericamente come «Cappella sopra terra».

Poche pagine dopo, dovendo illustrare il suo progetto per questo mistero, l'Alessi vi dedica solo una tavola con lo spaccato di una costruzione priva di particolari caratteristiche architettoniche (ed in realtà anche senza . una rispondenza diretta con le strutture della cappella vera); nell'interno vi è raffigurato in un bozzetto l'annunzio dell'angelo a S. Giuseppe seduto a terra e dormiente davanti ad una capanna semidiroccata posta sulla destra, mentre sulla sinistra campeggiano due alberi dietro ai quali si scorge uno sfondo di paesaggio. La didascalia dice: «La figura da farse in Bettelem in la capella segnata E», e più sotto: «Le mesure di questa Capella non me è parso ponerle in questo foglio esendo già la Capella fatta et il Pittore potra regolarse cola grandezza di essa».


Una più esatta planimetria della costruzione si trova poi in un successivo progetto di pianificazione dell'area centrale del Sacro Monte, databile tra il 1575 e l'80, della raccolta Ferrari nella Biblioteca Ambrosiana di Milano.

Se si tiene dunque conto che la datazione più esatta del «Libro dei Misteri» deve restringersi tra il 1567 ed il 68 (nel marzo-aprile dei 69 l'Alessi si allontana definitivamente da Milano) se ne deve dedurre che proprio durante la sua stesura il tempietto si trovava in piena fase costruttiva. Forse è l'unico esempio in tutto il libro in cui riferendosi ad una cappella, dapprima si dica che è «ancora imperfetta», e poi, poco più avanti, che essa è ormai costruita; a meno che il termine «imperfetta» non voglia solo riferirsi al fatto che era ancora priva delle statue e delle pitture. Nel primo caso, che mi pare il più probabile, la datazione dell'edificio dovrebbe risalire senza alcun dubbio agli anni 1566-67; nel secondo, a qualche tempo, ma non molto, prima. Che poi la guida del 1570 non ne parli risulta ovvio dato che la cappella era ancora priva della scena figurata.
E per opera di chi sorse questo mistero?

Poichè negli stessi anni erano in costruzione la Porta Maggiore (terminata verso il 1565) e subito dopo la cappella di Adamo ed Eva (1565-66), entrambe su progetto dell'Alessi e per munificienza di Giacomo d'Adda, c'è da pensare che il Secondo sogno di S. Giuseppe, opera di modesta tradizione locale e non ambiziosa architettura alessiana, sia stato innalzato dopo un piuttosto lungo periodo di sospensione dei lavori sul Sacro Monte, non dal ricco mecenate milanese, ma con le offerte dei fedeli, quasi a sua emulazione, per seguirne l'esempio e per dimostrare la volontà di uno sforzo di ripresa da parte della fabbriceria e dei Varallesi, un tentativo dunque di attività parallela.

Completata però la parte architettonica, i lavori rimasero sospesi per alcuni anni, molto probabilmen te per mancanza di fondi. È solo con il "Memoriale" del 12 novembre 1572, con cui si stabilivano le opere da farsi sul Sacro Monte, che si prendono le seguenti decisioni per il Secondo sogno di S. Giuseppe. "Alla Capella di S. Joseph si aure da fenir et fare le due figure di rilievo et reportarli la Madonna qual è nella Cappella di Loreto, et mettere la detta Madonna a man dritta et le altre figure a mano stanche".

L'attuazione dell'ordine dovette avvenire con relativa sollecitudine; si può pensare entro i primi mesi del 1573, poichè l'elenco delle Cappelle conservato nell'Archivio d'Adda di Varallo, che il Galloni data verso il 1574, dà l'opera come compiuta, tuttavia non con scrupolosa esattezza. Infatti il gruppo statuario della Madonna col Bambino, trasferito dalla Santa Casa di Loreto, che veniva trasformata nella cappella dell'Annunciazione per attuare il nuovo ordinamento dei primi misteri secondo il progetto alessiano, non fu collocata sulla destra, come prevedeva il "Memoriale", ma al centro, disponendo di conseguenza ai due lati, sebbene in primo piano, le figure dell'Angelo e di S. Giuseppe dormiente.

Nulla dicono sull'autore delle statue nè il Fassola ad un secolo esatto da questa sistemazione, nè poco dopo il Torrotti (1686), nè le guide della prima metà del Settecento. È solo con l'opera del Bartoli del 1777 che compare per la prima volta il nome di Fermo Stella da Caravaggio, riportato poi, come di consueto, in tutta la letteratura successiva, quasi fino ai nostri giorni.

Si tratta però di una notizia eccessivamente tarda, di oltre due secoli posteriore ai lavori e già per questo poco attendibile. Risulta al contrario dal "Memoriale" del 1572, come si è visto, che il gruppo della Madonna col Bambino era preesistente rispetto all'Angelo ed al S. Giuseppe, provenendo dalla gaudenziana cappella già della Santa Casa di Loreto, e ciò è evidente anche per lo stile. Pure diverso è il materiale in cui sono state realizzate le statue: infatti, mentre il S. Giuseppe e l'Angelo sono in stucco, la Madonna è in terracotta fino al busto ed in stucco solo nella parte inferiore.

Certo in origine doveva essere interamente in terracotta e la parte in stucco non è che un rifacimento resosi necessario in seguito ai danni subiti nel trasferimento della sta
tua da una cappella all'altra, rifacimento evidentemente eseguito dallo stesso scultore che plasmò il S. Giuseppe e l'Angelo. Cosi pure in origine la Madonna doveva avere il capo ricoperto dalla parrucca ad imitazione dei capelli veri, sui quali era posta una corona, come si vede nelle antiche xilografie.

In un momento non precisato la parrucca venne sostituita da un breve velo con un piccolo bordo di capelli, tutto in gesso, come un casco, su cui venne ricollocata la corona che vi rimase fino ad anni recenti (sul tergo della statua una scritta "A.F. 1741" che si leggeva prima dei recenti restauri, segnava forse la data di questo intervento?).


Nel 1914 il Galloni che scopri e pubblicò il "Memoriale" del 1572, assegnò per la prima volta questo tenero ed affettuosissimo gruppo statuario a scuola gaudenziana. Ma più recentemente il Testori, seguito dal Mallè, lo ha rivendicato giustamente allo stesso Gaudenzio, che l'avrebbe eseguito in un momento prossimo al gruppo della cappella di Loreto a Roccapietra, datato dal Testori stesso al 1513-15; il Mallè colloca a sua volta l'esecuzione attorno al 15. Certo l'affinità stilistica del gruppo così palpitante e commosso con la Madonna della Presentazione al Tempio, che per varie ragioni abbiamo datato attorno al 1516-17, è strettissima. Considerando però che l'edificio dell'attuale Annunciazione da dove proviene, non esisteva ancora nel 1514, nè a quella data si pensava ancora di erigerlo, e che quindi deve esser stato eretto qualche anno dopo, presumibilmente verso il 1520, bisogna ritenere che anche il gruppo statuario sia stato modellato attorno a quella data, ossia poco prima della grande impresa della Crocifissione.


Anche per le altre due figure di S. Giuseppe e dell'Angelo risulta inaccettabile la tarda assegnazione a Fermo Stella; innanzi tutto essa si colloca in una posizione anomala rispetto alla maggior parte della statuaria dei Sacro Monte trattandosi di esemplari in stucco pressochè unici, anzichè di sculture in terracotta secondo una tradizione iniziata da Gaudenzio e mantenuta anche nei secoli successivi dai grandi statuari attivi a Varallo; nè un seguace di Gaudenzio, come dovrebbe essere lo Stella, avrebbe osato allontanarsene. I documenti poi riguardanti lo Stella giungono solo fino al 1562 e si riferiscono esclusivamente ad opere pittoriche. Non esiste dunque nessuna prova che abbia svolto anche l'attività di scultore (è solo il Fassola che per primo gli assegnerà delle statue al Sacro Monte, ma a più di un secolo di distanza); nè è possibile pensare che lavorasse ancora nel 1572-73, dato che il primo documento che lo riguarda risale addirittura al 1510. Anzi, è certo che in quel periodo così tardo doveva essere già morto.

L'uso di un materiale nuovo come lo stucco, dei tutto inconsueto al Sacro Monte, e lo stile stesso delle statue d'una solennità un pò fredda e classicheggiante, lontano dallo spirito dominante nell'arte valsesiana, fanno pensare non solo ad uno scultore chiamato da fuori, ma con la più grande probabilità dall'area lombarda, e per opera di Giacomo d'Adda, quindi dall'ambiente milanese ove si sarà formato ed avrà operato molto verosimilmente all'ombra dei cantieri del Duomo o di S. Maria presso S. Celso allora in piena attività.

Solo un accurato raffronto con le opere dei maestri attivi in quegli anni in quell'ambito, quando saranno stati studiati in modo approfondito, potrà dirci di più sul nostro sconosciuto scultore (Angelo De Marinis detto il Siciliano? Francesco Brambilla attivissimo modellatore di statue per il Duomo milanese nei decenni successivi?).

Il «Memoriale» del novembre 1572 in cui si parla delle due statue di S. Giuseppe e dell'Angelo, trattando della cappella di Adamo ed Eva aveva ricordato che le due figure dei progenitori dovevano essere modellate dal «M(astro) che ha da venir da Milano». Ed il mese precedente, il 19 ottobre, un mastro scrivendo da Varallo a Giacomo d'Adda gli ricordava che «habiam condoto le figure a Varallo per Dio gratia sentia machula alcuna», riferendosi, pare, alle statue della Visitazione.

Sembra illogico pensare che negli stessi mesi di ottobre - novembre si dessero incarichi di scultura a più di un maestro. Viene dunque da credere che si debba trattare di un unico artista milanese che deve aver eseguito nella sua città le due statue della Madonna e di S. Elisabetta per la Visitazione, e, giunto poi al Sacro Monte, vi abbia modellato dapprima quelle di Adamo ed Eva per il Paradiso Terrestre nel tardo novembre o nel dicembre 1572, e poi le altre due di S. Giuseppe e dell'Angelo per il Secondo sogno, le uniche giunte fino a noi. Vi sono poi anche quelle del battesimo.


Infatti, come è noto le une vennero rifatte tra il 1608 e il 12 e le altre, una prima volta tra il 1594 ed il 95 dal Prestinari, e pochi anni dopo dal Tabacchetti.

Nulla vieta di pensare che quei primi esemplari ora perduti fossero in stucco e non in terracotta.
Nel «Memoriale» l'espressione è in verità un pò sibillina: "Alla Cappella di S. Joseph si haurà da fenir et fare le due figure di rilieuo...». Ma ritengo che il verbo «fenir» si riferisca alla cappella in generale ed il verbo «fare» alle statue, che quindi saranno state eseguite interamente nei primi mesi del 1573; in caso diverso, cioè se già iniziate prima della data del «Memoriale», saranno sempre però state terminate dopo l'esecuzione di quelle di Adamo ed Eva e quindi ugualmente agli inizi del nuovo anno.

Esse verranno ridipinte molte volte lungo i secoli. Già nella sua visita del settembre del 1617 il vescovo di Novara cardinal Taverna ordinava che la figura «dell'Angelo che per la maggior parte si vedeva nuda e con poca decenza si dovesse vestirla e ricoprire tali nudità riformandone la faccia in modo più decoroso».

Nel 1944 le due statue verranno liberate dai capelli e dalla barba di crine già sovrapposti a quelli ottocenteschi in stucco, e nel 1975-76 verranno ripulite dalle molte ridipinture, ottenendo l'esito più felice nel riscoprire gran parte della decorazione originaria della veste dell'Angelo.
Per quanto riguarda la parte pittorica della cappella non sono minori i problemi.

Il «Memoriale» della fine dei 72 non accenna agli affreschi. Ma poichè l'Elenco dell'Archivio d'Adda, ritenuto del 1574, sembra considerare la cappella ormai finita, si è indotti a pensare che a quella data anche i dipinti fossero stati eseguiti.

Nessuna guida però fino alla seconda metà del Settecento ne fa cenno, considerandoli evidente mente di scarsa importanza. Anche qui è solo nel 1777 che viene fuori il nome di Giulio Cesare Luini nell'opera del Bartoli, e la notizia, come di consueto è poi ripetuta quasi da tutti fino ad oggi. Dalla fine dell'Ottocento molti hanno aggiunto che i dipinti sono «in parte guasti e ricoperti da volgare pennello», segno evidente che lungo il secolo si era provveduto a ripassarli in parte.

Ma era ancora vivo ed operante il Luini nel 1573? Troppo scarsi sono i dati che abbiamo su di lui per poterlo confermare. Così pure troppo diverse tra loro sono le opere a lui assegnate per poter avere un sicuro metro di giudizio e le condizioni dei dipinti stessi tanto degradati rendono ancor più difficile un'attribuzione. Risulta però evidente la presenza di più mani e di epoche diverse nel complesso pittorico.

Nella visita del settembre del 1617 il cardinal Taverna ordinava di rifare le pitture «tanto interiormente quanto esteriormente», ossia tanto nella parte della cappella occupata dalla scena sacra, quanto in quella antistante, riservata ai visitatori.

Sulla parete di fondo gli affreschi sono in gran parte scomparsi e la presenza di una finestra, molto probabilmente aperta in epoca posteriore all'esecuzione dei dipinti, non ha certo contribuito a conservarli. È probabile che all'origine vi fosse solo il piccolo occhio circolare in alto, ora occupato da una bianca luna in rilievo, in stucco o in gesso, forse ottocentesca.

La finestra attuale, posta proprio di fronte ai riguardanti, caso unico in tutto il Sacro Monte, disturba notevolmente la vista della scena soprattutto nelle ore del mattino, tanto da far auspicare che venga schermata; dei resto l'episodio logicamente dovrebbe esser notturno.

Sulla parete di destra è dipinto un paesaggio con due figure; su quella di sinistra è rappresentata una Fuga in Egitto, certo eseguita prima dell'erezione dell'omonima cappella, anzi, proprio in attesa che questa venisse eretta. L'ampia volta a padiglione raffigura il sottotetto di una capanna coperta di paglia.

Essendo l'aula divisa in due zone, in quella riservata ai visitatori si scorge dipinto a tempera sul tavolato di legno al di sopra della grata un'altra Fuga in Egitto con due angeli ai lati in atto di adorazione.

Alle spalle, nel mezzo della volta è rappresentato il fatto biblico dell'Adorazione del vitello d'oro,
circondato da putti con cestoni di frutta e fiori; lo stile fa ritenere si tratti di dipinti eseguiti dopo la visita e gli ordini dati nel 1617 dal cardinal Taverna, ma per ora è difficile individuarne l'autore: (Melchiorre d’Enrico ?).

Dopo i restauri del 1975-76 eseguiti da Fermo De Dominici con finanziamento del comm. Ilorini, delle ditte Ragno Inning, oltre che della Soprintendenza ai Beni Artistici del Piemonte è stata riproposta l'attribuzione al Luini per la Fuga in Egitto sulla parete di sinistra in cui sono stati trovati due strati di affresco sovrapposti proprio in corrispondenza della Madonna col Bambino in cui è da vedere forse un pentimento dell'autore, oppure un intervento di poco più tardo per migliorare la prima redazione del dipinto. La parte di affresco sovrapposta, dopo esser stata restaurata ed asportata dalla parete ha trovato sistemazione nel Museo del Sacro Monte.

Per la parete di destra pare che l'autore degli scadenti affreschi con raffigurazioni di architetture e paesaggi si debba ricercare nell'ambito di quei pittori ancor ignoti che in S. Marco di Varallo, come aiuti del Luini, decorarono la parete sinistra della navata con scene analoghe.

 

   


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