In ossequio alla legge mosaica,
alla quale il Redentore vuole sottostare, quaranta giorni
dopo la nascita è portato al Tempio per essere
offerto al Divin Padre
Costruita da Gaudenzio Ferrari.
Statue di Gaudenzio Ferrari (1515-16).
Affreschi di Gaudenzio Ferrari (1515-16).
LA CAPPELLA DELLA CIRCONCISIONE ORA DELLA PRESENTAZIONE AL TEMPIO.
Alcune guide quattrocentesche di Terra Santa nel descrivere il complesso della Nascita a Betlemme, affermano che usciti dalla Sacra Grotta e saliti nella basilica costantiniana si incontra sul lato sinistro l'altare dedicato alla circoncisione.
La stessa cosa avviene al Sacro Monte.
Infatti, saliti per la stretta scala di destra, situata
tra la Nicchia della Natività ed il vano dell' Adorazione dei pastori (originariamente dei Magi) e varcato il piccolo portale a ripetuti archi concentrici con la breve, caratteristica scalea semicircolare a forma di cavea, imitazione perfetta di quella di Betlemme, si incontra sulla sinistra il mistero che fin dall'origine era dedicato alla Circoncisione.
Alla esatta rispondenza del sito si
aggiunge poi la forma della prima guida della Nuova
Gerusalemme varallese, quella del 1514: "Nel reuscire di questo luoco sancto (la grotta della Natività)
da lato ce la Circoncisione".
Lo riaffermano in seguito tutte le altre guide del Cinquecento, lo ripete anche l'Alessi nel "Libro
dei Misteri" pur dicendo che vorrebbe sostituire questo episodio con la scena della Purificazione che descrive brevemente e di cui dà il bozzetto.
Invece il vescovo Bascapè nella sua prima visita al Sacro Monte nel settembre del 1593 indica di aggiungere l'Annunzio ai pastori e la Purificazione dopo questa cappella. Le cose però non mutano perché tutte le guide del Seicento continuano a parlare della Circoncisione, ed il Fassola ed il Torrotti ricordano l'idea di erigere subito dopo sulla sinistra il mistero della Purificazione.
Il titolo tradizionale è ancora sempre riportato dalle guide del Settecento, fin oltre alla metà del secolo; solo nel 1779 per la prima volta viene sostituito da quella di Presentazione al tempio, adottato quasi costantemente da allora in poi.
La cappella verrà detta della Presentazione al Tempio e più raramente della Purificazione, anche se nelle illustrazioni si scorgerà sul tavolo indifferentemente, ora il coltello, proprio del rito della circoncisione, ora il piccolo cesto con le due tortorelle offerte nella Presentazione al Tempio. Ma il Tonetti nel 1891 userà nuovamente l'antico titolo, ed il Butler nel 94 noterà queste discordanze tra i vari compilatori di guide. Nel 99 anche l'Arienta tornerà al nome originario e cosi pure l'Apostolo nel 1910.
Nello stesso anno il Romerio, pur accettando l'intitolazione più recente, lamenta però che sul tavolo compaia ancora il coltello, segno che non era mai stato sostituito in realtà dal cestino con le tortorelle, ragione per cui alcuni autori erano ritornati all'antica denominazione.
Questa ricomparirà ancora una volta nella guida di Varallo del 1929, mentre tutte le altre descrizioni e guide parleranno sempre ormai di Presentazione al Tempio. Se questo dunque è veramente il mistero ora raffigurato sarebbe veramente il caso di provvedere a collocare sul tavolo vuoto un cestino con le due tortorelle.
Ma come mai questo improvviso mutamento di titolo verso il 1779?
È evidente che mentre la scena della Circoncisione era molto diffusa nell'iconografia cattolica del Quattrocento (Beato Angelico, Signorelli, Giovanni Bellini, Gerolamo Santa Croce, Cosmè Tura, per limitarci nell'ambiente italiano), ed ancora in parte nel Cinquecento (Andrea Schiavone, Parmigianino, Lanino, ecc. ecc.) andò diminuendo sensibilmente nel Seicento (ricordiamo tra i non molti esempi quelli del nostro Tanzio nella pala di Fara San Martino nell'Abruzzo all'inizio del secolo, Rubens, Zurbaran ecc. ecc.) per scomparire quasi dei tutto nel Settecento.
È andata al contrario diffondendosi sempre di più l'iconografia della Presentazione al Tempio anche grazie al continuo espandersi della devozione del Rosario ed alla conseguente conoscenza dei suoi misteri. Cosi dunque penso che anche al Sacro Monte si sia ad un certo punto sentita l'esigenza di introdurre questo soggetto, aggirando il problema, certo tutt'altro che semplice, di erigere una nuova cappella, sostituendo con molta disinvoltura un'intitolazione ormai in parte desueta con l'altra, ed apportando alla scena alcune varianti, come si vedrà in seguito.
Il fatto però che in origine la cappella fosse dedicata alla Circoncisione e fosse ubicata proprio come a Betlemme nella Basilica della Natività, e che pure come a Betlemme di fianco vi fosse, e vi è tuttora, la caratteristica scalea semicircolare che scende alla Grotta con il portale ad archi concentrici copia accuratissima di quelli della basilica di Betlemme, dimostra nel modo più evidente che ci troviamo di fronte ad una cappella che come inizio deve risalire al P. Caimi.
Tuttavia la sua architettura rivela
una tendenza più grandiosa rispetto alle superstiti
costruzioni del primitivo Sacro Monte (Grotta di Nazaret,
Sepolcro della Madonna, cappella "Subtus
Crucem" ora detta della Pietà, così come
era fino agli anni cinquanta del nostro secolo), edifici
veramente molto poveri e di dimensioni assai modeste,
come notava lo stesso cancelliere Gerolamo Morone nella
sua ben nota lettera a Lancino Curzio del 1507, per
cui viene da pensare che l'erezione dell'edificio sia
avvenuta sotto il Caimi (morto nel 1499) in forme molto
umili per essere rifatto con una concezione molto più grandiosa
vari anni dopo.
La guida del 1514 infatti descrive
il mistero, ma non così come si presenta oggi, nè fa alcun
commento positivo per l'architettura e per la scena,
tanto da far ritenere che si trattasse solo di un modestissimo
pilone.
Invece la guida del 1566 e le sue varie riedizioni del tardo Cinquecento si indugiano
a magnificare la bellezza della cappella: "Segue non molto grande
un'altra chiesa D'ordine ricca, e di vaghezza ornata",
segno evidente che si trattava di un altro, più prestigioso edificio. L'ipotesi
più attendibile mi pare dunque sia quello di una ricostruzione attorno al 1515.
E chi potrebbe essere stato l'autore di questa architettura che ha ormai abbandonato
l'umile genere di edificio del Sacro Monte delle origini? La mente corre subito
al nume tutelare delle creazioni artistiche di quei decenni sul "super
parietem":
Gaudenzio. E se si tiene conto che la presenza del maestro è accertata nella
cappella, come si dirà più oltre, per la scultura e la pittura, l'ipotesi può apparire
non del tutto azzardata. Si tratterebbe in realtà quasi di una prova prima delle
grandi imprese costruttive della Crocifissione e dei Magi.
Del resto la stessa
sostanza architettonica rivela evidenti valori plastici e pittorici riconducibili
a Gaudenzio.
All'esterno il candore delle spoglie pareti intonacate spicca sul verde intenso
della vegetazione circostante con un valore cromatico analogo a quello del
bianco edificio affrescato dal maestro su di una parete
interna della Crocifissione,
erroneamente ritenuta in questi ultimi tempi una riproduzione di quella stessa
cappella.
Il volume della poderosa massa absidale
emerge possente come un torrione compatto, raggentilito
dalla tersa luminosità della superficie semicilindrica che cela
del tutto la nicchia interna. Questa semplificazione essenziale, condizionata
dall'unico materiale di costruzione locale - la pietra - e dalle esigenze climatiche,
sorge dalla più schietta tradizione valligiana. Ma la massa absidale è tornita
e plasmata con lo stesso andamento avvolgente delle ampie e morbide forme curvilinee
dei panneggi delle statue gaudenziane, cosi palpitanti di umana vitalità.
Il campaniletto, l'unico allora esistente
sul Sacro Monte, dotato di bifore ad archetti pensili
di puro valore pittorico, che con eccezionale disinvoltura,
di cui è capace solo un architetto di genio, scaturisce improvviso dal semicilindro
stesso dell'abside su cui si erge arditamente di spigolo, accentua il gioco di
valori plastici dell'edificio, rivelando nel suo autore la tempra di chi è abituato
a concepire un'opera con sensibilità scultorea di modellatore, più che secondo
i canoni e la logica della tecnica costruttiva.
Anche il sobrio cornicione costituito
da una modanatura a mezzo toro, sormontato da un listello
i cui alcune sicuramente gaudenziane (quella di Loreto
alle porte
di Varallo per esempio) oltre che in quella della Tentazione, avvicinano
sempre più a Gaudenzio.
All'interno, a prima vista, l'ambiente pare dominato dalla grande scalea a cavea
che scende alla Grotta e dal padiglione di legno e vetro antistante al gruppo
scultoreo, l'uno legato alla Terra Santa, l'altro aggiunto certamente in epoca
più tarda.
Ma astraendo da questi due elementi,
il vano rivela un respiro spaziale ed una dignità architettonica ignota fino allora alle cappelle del Sacro Monte;
e le varie strutture rivelano sempre più puntuali rapporti con Gaudenzio.
Lo zoccolo a bancale che corre lungo
le pareti, che si ritrova pure, ma all'esterno, nella
primitiva cappella dell'Ultima Cena (ora ex cappella
degli Esercizi) e
nel tempietto Gaudenziano di Loreto nei pressi di Varallo, ha un
puntuale riscontro in quello che orna il vano dell'Annunciazione,
e nei sedili dell'Ultima Cena
affrescati da Gaudenzio nel 1512-13, quindi poco prima, ai piedi
del Sacro Monte, sulla parete divisoria della Madonna
delle Grazie.
La stessa porta di facciata
che taglia senza strombatura la parete, rivelandone in tutta nettezza
lo spessore, è motivo
tipicamente gaudenziano che ricorre con perfetta analogia nella appena citata
Annunciazione delle Grazie il cui ambiente pare un vero e proprio riscontro in
pittura dell'interno di questa cappella, per ricomparire, sia pure in tono meno
perentorio, nell'Adorazione dei Magi e nell'Ultima Cena della stessa parete,
oltre che in numerose altre architetture dipinte in epoche successive da Gaudenzio.
La stessa finestra aperta verso mezzogiorno rivela analogie
per la sua posizione con quella gaudenziana dell'edificio dei Magi e quella non
più visibile della cappella delle Stigmate, ed è evidente la sua funzione, essendo
in asse con la scala che scende alla grotta, di introdurre un pò di luce sui
due gruppi gaudenziani in essa collocati, oltre che, ovviamente, di illuminare
il gruppo stesso della Circoncisione.
Anche la raffinata cornice mistilinea
alla base della volta, che anticipa in proporzione
ridotta i cornicioni esterni dell'Ultima Cena (ex cappella
degli
Esercizi), della Crocifissione e dei Magi, ricorre quasi costantemente
nelle architetture dipinte di Gaudenzio. La parte poi
entro la nicchia ornata in monocromo
da ovuli e palmette,rivela un’identità quasi perfetta con la cornice in legno
intagliato e dorato del polittico di Arona, che, come specifica il contratto,
doveva essere eseguito su disegno dello stesso Gaudenzio.
Così pure l'ariosa volta a crociera ritornerà con identico slancio nel porticato
di Loreto fuori Varallo e nelle architetture dipinte della Flagellazione in S.
Maria delle Grazie.
Ma è l'abside la parte architettonicamente più prestigiosa di tutta la cappella.
Il suo rapporto con il resto dell'ambiente è di netta impronta lombardo-bramantesca,
analoga a quella della nicchia di fondo nella sacrestia di S. Maria delle Grazie
a Milano e delle due absidi del transetto nella Certosa di Pavia. E bramantesca
ad evidenza ne è anche la struttura sfaccettata, tanto da rifarsi a quella dell'incisione
del Prevedari (con l'interno di un tempio absidato) su disegno di Bramante, che
più di una volta Gaudenzio ha mostrato di conoscere e di saper sfruttare nelle
sue architetture dipinte, ed alle nicchie della sacrestia di S. Maria presso
S. Satiro a Milano.
Del resto anche il creare questa abside,
non costruendola con una muratura propria,ma ricavandola
entro la spessa massa muraria che occupa esternamente
tutto il lato
di levante della cappella, è una soluzione
originalissima, non da architetto di professione, ma
da scenografo e modellatore. Ma è anche un motivo strutturale già adottato da
Bramante nel creare l'involucro esterno del sacello di S. Satiro a Milano, e
ripreso poi più tardi dallo stesso Gaudenzio nella parete di fondo della cappella
dei Magi, il cui andamento curvilineo nella zona d'angolo viene incassato entro
una struttura esterna parallelepipeda.
Tutto ciò rivela nell'architetto, non un modesto capomastro locale, dotato di
poche ed elementari cognizioni, ma una personalità molto originale, ardita ed
abbastanza aggiornata sui fatti architettonici dei mondo milanese,che egli sa
cogliere ed immettere con sapiente disinvoltura nel più tipico contesto architettonico
valsesiano; una personalità dunque che non può trovare riscontro se non in Gaudenzio.
Peccato che purtroppo la presenza del padiglione in legno e vetro che protegge
il gruppo statuario, alteri totalmente il valore spaziale del vano, annullando
del tutto la vista della nicchia che ne è l'elemento più significativo e più alto.
È evidente
che questa edicola non è coeva alla cappella, ma per la sua forma sfacettata
e conchiusa in alto a tronco di piramide, che denota una particolare somiglianza
con la "vetriata" disegnata dall'Alessi per la Fuga in Egitto,deve derivare dal "Libro
dei Misteri" e risalire quindi agli ultimi decenni del Cinquecento, se non addirittura
al primo Seicento, per seguire gli ordini emanati dai vescovi di Novara nelle
loro visite al Sacro Monte al fine di difendere statue e dipinti.
Viene spontaneo chiedersi a questo
punto se non sarebbe possibile eliminare un giorno
questa struttura ingombrante, sostituendola con una
protezione di soli
vetri infrangibili per ridonare cosi all'ambiente la
sua originaria spazialità ed
unità e nello stesso tempo restituire il prestigio ed il risalto dovuto al gruppo
statuario.
Vari problemi riguardano questo interessante
complesso scultoreo. Il primo è indubbiamente
quello della paternità. Fu il Fassola nel 1671, e siamo a più di un secolo e
mezzo dall'esecuzione, che lo assegnò a Fermo Stella da Caravaggio, collaboratore
di Gaudenzio in pittura. Dopo di lui tutti i compilatori di guide ne ripeterono
acriticamente l'attribuzione fino ad oggi. Tuttavia qualche studioso alla fine
dell'Ottocento, come l'Arienta, incomimciò a ritenere di Gaudenzio la Madonna
col Bambino, seguito dal Romerio.
Ma sono stati soprattutto i più fini ed acuti
studiosi dell'artista: la Brizio, il Viale, il Mallè ed il Testori, a riconfermargli
senza alcun dubbio questa affascinante ed umanissima statua, per gli inconfondibili
caratteri stilistici, la sua altissima ispirazione e l'intenso afflato poetico.
Nel 1951 la Brizio sosteneva che molte statue delle cappelle gaudenziane, se
non eseguite direttamente dal maestro «lo siano state su progetti suoi e sotto
la sua diretta sovrintendenza».
Ed in verità la figura di
S. Giuseppe, per quanto appaia oggi non molto felice,
ma ne diremo più avanti la ragione, è modellata con un panneggio sapiente, vicinissimo
a quello della Madonna.
E cosi pure la figura del Gran Sacerdote
presenta un volto trattato con particolare attenzione
ed espressività, e le maniche un pò dure
degli avambracci ritornano del tutto simili nell'Angelo annunziante affrescato
da Gaudenzio nell'interno della cappella di Loreto alle porte di Varallo ed in
molte altre figure sia dipinte che modellate da lui.
Del resto non esiste nessuna prova
e nessun documento da cui si possa dedurre che lo Stella
sia stato anche scultore; non può certo valere l'affermazione cosi
tarda del Fassola; nè par possibile che questo artista di Caravaggio, quand'anche
si fosse dedicato alla scultura, potesse già essere attivo sul Sacro Monte nei
primi lustri del Cinquecento e per compiti cosi impegnativi, se si pensa che
le sue opere più tarde finora note risalgono addirittura al 1562.
Si deve dunque ritenere ormai con
assoluta certezza che la statua della Madonna col Bambino è di Gaudenzio, mentre le altre due devono essere opera di collaborazione
con i suoi aiuti di bottega e non dello Stella. Ma si affaccia a questo punto
un gran dubbio che crea un nuovo problema.
La raffigurazione scultorea della
cappella è ancora cosi come venne ideata originariamente, oppure ha subito delle
modifiche?
La più antica xilografia che la riproduce, quella di Giovachino Teodorico Coriolano,
risalente al 1606-8 circa, ce la presenta con ben cinque figure e non tre come
attualmente. Il Sacerdote vi compare al centro ed è privo della mitra sul capo;
manca poi l'elaborato tavolino rotondo nel mezzo. E tale xilografia venne usata
per illustrare la cappella fino alla seconda metà del Settecento, cioè per oltre
centocinquant'anni!
E’ veramente strano che si sia fatto per cosi tanto tempo uso costante di una
simile illustrazione se era fantasiosa e non corrispondente alla realtà. Sarebbe
costato poco sostituirla con una più aderente alla vera scena.
Ma scorrendo le
varie guide del Seicento, nel leggere la descrizione
del Torrotti troviamo con sorpresa elencate le statue «di Simeone in pontificato, del Bambino Giesù, Maria,
Giuseppe, e altre"; pare dunque non vi fossero solo le tre attuali figure, ma
forse proprio due in più (Gioachino ed Anna), come nella xilografia e come anche
nella gaudenziana Presentazione al Tempio nella cappella di S. Margherita in
S. Maria delle Grazie.
Per di più la mitra che oggi troneggia sul capo del Sacerdote non é stata modellata
in terracotta unitamente alla statua, ma vi è sovrapposta ed è di cartone, il
che conferma che deve essere stata aggiunta in un secondo momento ed il sacerdote
in origine ne era privo. Il tavolino circolare poi compare nelle illustrazioni
delle guide solo ad iniziare dalla seconda metà del secolo scorso, quindi deve
essere di fattura ottocentesca.
Pare dunque si possa dedurre con molta chiarezza che veramente all'inizio la
scena era più complessa e più stipata entro la nicchia, e doveva corrispondere
perfettamente alla xilografia, con il sacerdote senza mitra al centro, ove ora
sta il tavolo circolare, S. Giuseppe più spostato verso sinistra vicino alla
Madonna, e sulla destra le altre due figure ora scomparse, disposte in simmetria
con quelle di Maria e Giuseppe.
Si spiega cosi la corporatura un po'
misera del S. Giuseppe, dovuta all'esigenza di occupare
uno spazio limitato dovendo convivere
con altre quattro statue nel ristretto ambiente delimitato
dalla nicchia e dal padiglione antistante; ne doveva
risultare pure di effetto assai meno legnoso
il gesto delle braccia del Sacerdote grazie ad una
collocazione meno di profilo ed in parte più frontale.
Ma quando dovette avvenire tutto questo mutamento?
Dato che è nella guida del
1779 che per la prima volta compare il nuovo titolo di Presentazione al Tempio
e che pure compare una nuova illustrazione assai più vicina all'attuale scena,
viene spontaneo pensare che i due fatti siano in relazione reciproca fra di loro.
Da quel momento il Sacerdote porta
in capo la mitra, si trova spostato verso destra, S.
Giuseppe appare al centro sul fondo e davanti sta un
tavolino quadrato,
non ancora quello circolare, coperto da un tappeto.
Ma sul fondo tra il Sacerdote e S. Giuseppe compare
ancora una quarta figura.
Ne era stata dunque eliminata
solo una, forse perché rovinata, o per dare più ariosità alla raffigurazione?
Tale aspetto appare anche nelle illustrazioni di buona parte delle guide dell'Ottocento,
ma nella litografia del volume del Cusa (1857) il mistero si presenta finalmente
così come è oggi con tre statue (considerando una sola
il gruppo della Madonna col Bambino) ed al centro il
tavolino circolare, forse raffinato lavoro di gusto
neoclassico. Da ciò pare si possa dedurre che la sistemazione definitiva della
cappella debba risalire a non molto prima (1840-50 circa).
Resta a questo punto un altro problema:
quello della datazione delle sculture e degli affreschi.
Questi, ormai ridotti in pessimo stato, rivelano tuttavia
ancora la loro altissima qualità. Come per le statue, anche per essi il Fassola
per primo fece il nome di Fermo Stella, seguito fino ad oggi dalla quasi totalità di
compilatori di guide del Sacro Monte.
Ma nella seconda metà dell'Ottocento il Malvezzi riconobbe la mano di Gaudenzio,
mentre il Butler parve più propenso a pensare al Lanino. L'Arienta accolse l'assegnazione
al Ferrari seguito dal Romerio, e dopo di loro, salvo un'attribuzione al Bugnato,
in questi ultimi decenni l'hanno riconfermata tutti i più qualificati studiosi
di Gaudenzio, dalla Brizio al Viale, al Mallè, al Testori.
Ed infatti l'altissima
spiritualità dei volti è tutta gaudenziana ed alcuni brani di panneggi, visibili
solo dall'interno del padiglione, ma ancor abbastanza conservati, rivelano il
taglio sicuro e grandioso inconfondibile del maestro e delle campiture di colore
sono non meno sicuramente sue.
A quando dunque può risalire la datazione di queste
degnissime opere gaudenziane?
Nel leggere la guida dei 1514: "Ueder la matre
qual giesu repone Sopra laltar dal sacerdote sancto E
circunciso con deuotione»,
a prima vista si ha l'impressione
che il mistero sia già raffigurato in tutta la sua completezza.
Ma ad una lettura più attenta
della scena descritta si vede che la figura della Madonna che pone Gesù sull'altare
non corrisponde affatto alla statua attuale in cui Maria sembra anzi
voler trattenere e stringere al petto con un moto materno quasi istintivo
il Bambino Gesù e non certo posarlo sull'altare, che per altro non esiste
né si è mai visto raffigurare nelle illustrazioni. Così pure l'altra
espressione "dal
sacerdote sancto - E circunciso con deuotione" non ha
alcuna rispondenza con la figura del vecchio sacerdote che apre le braccia
verso il Bambino, ma non lo sta certo circoncidendo devotamente.
Per
di più se si pensa che l'anonimo autore della
guida quasi sempre cerca di mettere in evidenza
quando le scene sono rappresentate da figure
scolpite
con espressioni come "Tutti
in rilieuo", oppure "di
rilieuo" accompagnate
da parole di grande ammirazione, non si capisce
perché non avrebbe dovuto
anche qui usarne di fronte ad un complesso
di statue (dovevano essere ben cinque, come
si è visto) di grande effetto e di gusto assai
più aggiornato
che non quelle dell'Ultima Cena e della "Pietra
dell'unzione".
Ben diversa e più aderente alla realtà è la descrizione della guida del Sesalli
(1566), ristampata per tutto il tardo Cinquecento: «...chiaramente vi è compresa
Del vecchi Simeon la desiata Vista di Christo, et il
bramato viso, Quando nel tempio ei l'hebbe circonciso».
Credo quindi di non peccare
di troppa fantasia nel dedurre da tutte queste considerazioni
che la scena de scritta nella guida del 1514 non
doveva ancora essere l'attuale, ma solo un modesto
dipinto provvisorio, così come
si è già visto a proposito dei Magi e come si farà spesso
anche in futuro.
Si pensi per esempio al quadro richiesto
per la cappella di Adamo ed Eva nel 1594
al pittore Domenico Alfano prima di eseguire le statue.
Da tutto ciò consegue la conferma che la cappella
attuale deve essere posteriore alla guida del 1514,
come si è già detto per l'architettura.
Il gruppo statuario e gli affreschi
furono eseguiti quindi da Gaudenzio ed aiuti quasi
nello stesso periodo in cui si dedicava agli
altri gruppi per la Grotta di Betlemme e presumibilmente
poco dopo quelli della Adorazione dei pastori (che
ritengo sia il primo complesso modellato in terracotta
dal maestro) e della Natività che
deve essere stato composto verso il 1515.
Pare logico
che si sia trattato di un unico cantiere, di un'impresa
progettata unitariamente. Anche i caratteri
stilistici sembrano confermarlo e vi si accordano pure
le datazioni avanzate dal Mallè (1515) e dal Viale
(1514-17), né vi è molto lontano il Testori anche
se ritiene quest'opera anteriore al '16 e la considera
un "gruppo" di transito
prima dei lavori più impegnativi della Crocifissione
e dei Magi. Per cui la data più probabile e convincente
pare essere appunto quella del 1516-17.
Concludendo si possono dunque riassumere
così le secolari vicende della cappella:
1°)Anteriormente al 1499, secondo
le direttive dei P. Caimi viene
eretto un modesto sacello con
un dipinto
raffigurante la Circoncisione.
.
2°) Poco dopo il 1514
si innalza l'attuale cappella
per opera di Gaudenzio, che
negli anni successivi (1516-17)
con i suoi aiutanti
la completa con il gruppo di
cinque statue e gli affreschi;
3°) Nella seconda metà del
700 al titolo di Circoncisione
si sostituisce quella di Presentazione
al Tempio, si inizia a modificare
il gruppo statuario eliminando
delle
figure e nella prima metà dell'Ottocento
si conclude la sistemazione.
gaudenziani con strumenti
musicali.
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