Il Redentore, Gesù Cristo,
nasce a Betlemme, in una grotta ed è desposto in
una mangiatoia.
Maria Vergine, Sua Madre e S. Giuseppe adorano il figlio
di Dio fatto uomo.
A loro si uniscono osannanti gli Angeli del cielo.
Costruita alla fine del sec. XV, sotto la guida di
fra Bernardino Caìmi, a imitazione della grotta
di Betlemme.
Statue di Gaudenzio Ferrari (1515 circa).
LA CAPPELLA DELLA NATIVITA’
Come le cappelle della Annunciazione, della Visitazione
e del Primo sogno di S. Giuseppe costituiscono il complesso
di Nazaret, così quelle dei Magi, della Natività,
dell'Adorazione dei pastori, della Circoncisione e
del Secondo sogno di S. Giuseppe, unite tra loro in
un unico e quanto mai pittoresco raggruppamento di
costruzioni, costituiscono il complesso di Betlemme.
Trattando della raffigurazione dei Magi abbiamo già dovuto
accennare anche alla cappella della Natività,
e Grotta di Betlemme, una delle più antiche
e suggestive di tutto il Sacro Monte.
Non essendo però ancora citata nel celebre atto
di donazione da parte dei cittadini varallesi al P.
Caimi del 14 aprile 1493 in cui compaiono soltanto
il Santo Sepolcro, la cappella dell'Ascensione e la
cappella "subtus
crucem”, si deve ritenere
che essa sia stata eretta in un momento immediatamente
successivo, sotto l'attenta e scrupolosa direzione
dello stesso Caimi. Egli infatti, come è ormai
ben noto, si era prefisso di ricostruire sul "super
parietem" varallese, con la maggior
fedeltà possibile,
i Luoghi Santi di Palestina.
Già i più antichi illustratori del Sacro
Monte, ad iniziare dal Fassola (1671) avevano costantemente
ripetuto che il "picciol
Tugurio", ossia
la nicchia della Natività ove sono le statue
del Presepe, era del tutto simile a quella di Betlemme,
come si poteva leggere su di una tavola in caratteri
d'oro fatta apporre al di sopra dallo stesso
P. Caimi con la seguente scritta: «Questo luogo è tutto
simile a quello di Betlemme, dove la Vergine partorì il
suo Divin Figliuolo»,
scritta ancor riportata dal Bordiga nelle varie edizioni
della sua storia e guida del Sacro Monte (1830, 1854,1857),
segno che a metà del secolo scorso doveva ancora
trovarsi in loco, ma invano venne cercata poi dal Butler
(1894).
È
invece, non solo la nicchia, ma tutta la grotta una
replica perfetta, sia per forma, che per dimensioni,
che per particolari (si noti per esempio la parete
di fondo che forma a metà uno scalino), che
anche per orientamento, come constatò per primo
l’allora rettore del Sacro Monte, P. Angelo Trovati,
nel 1963, della grotta che a Betlemme, si trova al
di sotto della grande basilica costantiniana.
Ma la
sua eccezionale importanza sta nel fatto che mentre
di fedeli riproduzioni del Santo Sepolcro molte ne
furono erette lungo i secoli in occidente, ed ancora
abbastanza numerose sono quelle giunte sino a noi,
essa è oggi con ogni probabilità l'unica
replica esistente al mondo della grotta di Betlemme
del secolo XX è quella di Betlemme di Chivasso.
È
pur vero che alla fine dell'età antica e durante
l'alto medioevo, data la grande venerazione per il
santuario della Natività, vennero erette delle
grotte commemorative della nascita di Gesù:
notissima fra tutte quella di S. Maria Maggiore a Roma,
del tempo di Sisto III, ricordata per questo anche
come S. Maria ad Presepe.
Si ha pure notizia di altre
nella stessa basilica paleocristiana di S. Pietro in
Vaticano ed in S. Maria in Trastevere pure a Roma;
ma con il passare dei secoli, o vennero profondamente
trasformate, o scomparvero. Nè sappiamo con
quanta fedeltà riproducessero la grotta di Betlemme.
Al contrario, quella dei Sacro Monte, eretta ovviamente
in epoca molto più recente, è una replica
non solo fedelissima, ma rimasta per di più pressochè intatta
fino ad oggi.
Non minore importanza le deriva poi dal fatto che siccome
a Betlemme è quasi impossibile ritrovare la
genuinità della grotta originaria perchè attraverso
i tempi la pietà dei fedeli l'ha arricchita
di troppe suppellettili che snaturano il sacro ambiente
(cinquantatré lampade, rivestimenti di amianto,
tappezzerie ed addobbi, pavimento di marmo, ecc.) qui
a Varallo la si può ancora ammirare sostanzialmente
integra, così come era nel Quattrocento quando
la vide a Betlemme il P. Bernardino Caimi, e come doveva
pur essere nei secoli precedenti, stando a quanto ci
hanno tramandato gli antichi visitatori della Terra
Santa.
La forma è approssimativamente quella di un
rettangolo stretto e lungo, di m. 12,30 per 3,5, ricoperto
da una volta a botte. All'estremità sud si apre
la piccola nicchia con l'altare della Natività,
sotto il quale una stella di fattura simile a quella
di Betlemme, ricorda il luogo esatto della nascita
di Gesù. E sull'altare, come a Betlemme, si
celebrava la messa, certo fin dall'origine della cappella,
come risulta dalla relazione della prima visita pastorale
di mons. Bescapè (1593).
Ai suoi lati due scale
divergenti salgono ad imitazione di quelle che a Betlemme
conducono alla basilica superiore: quella di sinistra,
praticamente senza sbocco, dopo nove scalini, s'interrompe
presso una finestrella; quella di destra invece si
dirige alla cappella della Circoncisione in cui si
entra attraverso ad un portale e ad una scala semicircolare
simili a quelle di Betlemme.
A lato della scala di destra si apre il piccolo vano,
posto ad un livello lievemente più basso, che
a Betlemme è dedicato al ricordo dei Magi, e
che a Varallo, dall'epoca di Gaudenzio contiene l'Adorazione
dei pastori.
Qui si incontra l'unica vera, ma del tutto secondaria
differenza tra Betlemme e Varallo nella colonnina più a
destra caratterizzata da una decorazione a spirale
che si sviluppa in senso inverso rispetto a quella
di Betlemme.
Una seconda inesattezza è poi data dalla piccola
vaschetta in pietra posta su di un pilastrino pressò la
nicchia del la Natività, che a Betlemme è situata
alla sua destra, all'inizio della scala, mentre a Varallo
la troviamo sulla sinistra.
Una svista del P. Caimi?
Non credo. Penso piuttosto che all'inizio si trovasse
nella collocazione giusta, ma in seguitò, perso
ben prestò il senso della fedele rispondenza
con Betlemme per tutto ciò che riguardava la
grotta, oltre che per l'intero complesso del Sacro
Monte, esclusa la nicchia, constatando che la vaschetta
impediva in parte l'accesso alla scala per salire alla
cappella della Circoncisione, sia stata spostata dalla
parte opposta, presso la scaletta di sinistra non praticabile.
Tutto ciò dunque, sottolineando sempre più la
perfetta imitazione della Grotta di Betlemme, ne conferma
l'erezione nei primi tempi del Sacro Monte sotto le
precise ed attentissime indicazioni del Caimi e viene
a smentire totalmente le troppe fantasiose affermazioni
del Testori (1965) per il quale l'architettura, anzi
la modellazione così originale ed irrepetibile
di questo vano veramente unico nel suo genere, sarebbe
stata una genialissima invenzione di Gaudenzio.
Errò anche nel 1899 l'Arienta, che non conosceva
la vera grotta di Betlemme, credendo che il pavimento
fosse stato soprelevato e che le due colonnine poste
all'ingresso della cappella dei Pastori fossero provenienti
da un altro, più vecchio edificio.
Purtroppo a questo ambiente così carico di fascinò vennero
apportate varie alterazioni, per lo più già nei
primi -anni del Cinquecento, ed alcune proprio da Gaudenzio,
tuttavia senza danneggiarlo in modo irrimediabile.
È
naturale che in origine, per scrupolosa fedeltà ai
Luoghi Santi e con più efficace impressione
di penetrare in un ambiente sotterraneo, si doveva
accedere alla grotta ed anche uscirne solo dalla scala
di destra.
Ciò comportava ovviamente anche un percorso
maggiore per i pellegrini provenienti dal complesso
di Nazaret, che dovevano risalire il declivio fino
al luogo ove ora sorge il Secondo sogno di S. Giuseppe
e rendeva inoltre assai difficoltoso l'ingresso e l'uscita
dei fedeli stessi, tutti costretti a passare per l'unica
scala praticabile.
Così, ben presto, penso poco dopo la morte del
Caimi (1499), per questa duplice ragione, si dovette
provvedere a creare un varco sul lato sinistro della
grotta, verso nord, eliminando questi inconvenienti,
varco che oggi, protetto da una grata, mette in comunicazione
diretta la cappella dei Magi con la Grotta della Natività,
ma che però non esiste a Betlemme.
Questa è la situazione che noi già troviamo
descritta nella guida del 1513-1514.
Poco dopo, collocato da Gaudenzio entro la nicchia
della Natività il suo umanissimo gruppo scultoreo
del
Presepe, la necessità di illuminare l'ambiente
per poterlo ammirare, costrinse il maestro a ricercare
alcune sorgenti di luce. Venne allora aperto al centro
della volta, proprio davanti alla nicchia un lucernario
circolare, che non c'è a Betlemme, che si innalza
all'esterno con un'alta e ardita guglia a forma di
cono, dalla struttura inusitata, affascinante trasposizione
in architettura di fantasiose creazioni pittoriche
che richiamano pittoreschi copricapi di fate e di personaggi
che compaiono sugli sfondi della cavalcata dei Magi
e della cappella del Calvario. Nel suo interno pende
una stella dorata, che secondo l'ingenuo Fassola capovolgendo
i fatti, avrebbe determinato l'esigenza di aprire il
lucernario per potervi essere contenuta.
Anche la finestrella in cima alla scaletta di sinistra
penso sia stata aperta nello stesso momento e con lo
stesso scopo della lanterna.
Per proteggere poi il gruppo dell'Adorazione dei pastori,
collocato nel piccolo vano di destra (a Betlemme sacro
ai Re Magi) venne costruito un parapettino da una colonna
all'altra. Cento anni dopo, nel 1614, proprio per dare
accesso diretto alla grotta senza attraversare la gaudenziana
cappella dei Magi, che aveva occupato lo spazio antistante
alla porta aperta verso nord, per incarico del fabbricere
Gerolamo d'Adda, viene costruito dal capomastro Viana
di Campertogno, l'androne che fiancheggia sul lato
occidentale quella cappella e si apre così al
fondo di essa l'attuale porta d'ingresso alla Cappella
della Natività: una nuova ferita, dunque, nella
sua parete sinistra.
In tempi più recenti infine, per impedire l'accesso
alla parte più nascosta della cappella, quella
occidentale, viene posta una cancellata che purtroppo
interrompe l'unità spaziale dell'ambiente. In
questa zona recintata, ormai da troppi anni giace nell'ombra
la ricca colonna della Fontana della Pescatrice, opera
dell'Albertoni, un tempo prestigioso ornamento del
piazzale antistante all'ingresso del Sacro Monte.
Essa
crea troppo spesso un equivoco perchè molti
visitatori s'immaginano che possa rappresentare la
colonna della Flagellazione e non riescono ovviamente
a capire come mai si trovi nella grotta della Natività.
C'è da sperare che tra non molto la pregevole
fontana venga ricomposta in un luogo adatto e nello
stesso tempo protetto, per ornare nuovamente il Sacro
Monte di un degno monumento che gli appartiene e che
rischia di andare irrimediabilmente perduto, rispettando
cosi la volontà del suo autore e donatore.
A differenziare infine la grotta varallese da quella
di Betlemme c'è poi la presenza del gruppo scultoreo
già ricordato come opera di Gaudenzio dalle guide del 1566
e 1570 e poi sempre riconosciutegli da un'ininterrotta
tradizione accolta da tutta la critica più recente
per il suo inconfondibile palpitare di dolcissimi affetti
e per la sua commossa liricità.
II soggetto tanto caro all'animo di Gaudenzio che molte
volte l'ha raffigurato in pittura, sempre con altissimi
accenti di devoto e trasfigurante raccoglimento interiore,
raggiunge qui la sua più alta espressione nella
spoglia umiltà della grotta, nell'armoniosissimo
convergere adorante nell'angusto spazio della nicchia
della Madonna e di S. Giuseppe avvolti nei ridondanti
ritmi ammatassati e curvilinei dei loro panneggi verso
il Bambino purtroppo rubato nel 1852 e sostituito ben
presto da una copia in legno dello scultore Giovanni
Longhetti su modello di Giuseppe Antonini.
L'esecuzione del gruppo secondo il Mallè dovrebbe
collocarsi attorno al 1512-13, ma non essendo ancora
ricordato nella guida del 1514, bisogna ritenere che
sia di qualche tempo posteriore e quindi databile non
prima del 1515, quindi attorno al 1516-16, cioè venti
anni almeno dopo l'erezione della grotta voluta dal
P. Caimi.
Ciò crea un problema finora mai prospettato:
l'intenzione iniziale del fondatore era stata solo
quella di riprodurre con rigorosa fedeltà i
Luoghi Santi, ossia edifici, monumenti, ecc... cosi
come erano e sono tuttora in Palestina, o era già stata
quella di aggiungere in più le scene figurata
e dipinte?
È
ovviamente troppo presto per poter dare una definitiva
risposta, ma viene da pensare che la seconda
soluzione sia stata adottata solo in un momento successivo,
quando si incominciò a perdere l'idea genuina
del fondatore ed abbia trionfato definitivamente con
l'arrivo di Gaudenzio al Sacro Monte ed il passaggio
dalla fase della scultura in legno a quella in terracotta.
II gruppo del Presepe, proprio uno dei primi di questo
nuovo genere, è stato sottoposto nel 1973-74
ad interventi restaurativi che hanno sostituito le
originarie, umili capigliature, eliminate le antiche
aureole di cui le statue erano dotate fin dai tempi
più antichi come provano le xilografie dei secoli
passati e rimosso l'intonaco della nicchia dipinto
di azzurro che ripeteva fedelmente dai tempi del Caimi
il colore dei mosaici che rivestivano allora quella
parte della grotta di Betlemme, come ci ricordano le
coeve guide di Terra Santa.
E stata invece messa in evidenza la traccia di una
figura d'impronta gaudenziana sul lato sinistro dell'arco
della nicchia, unico elemento pittorico di tutta la
Grotta della Natività.
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