S.Giuseppe, lo sposo vergine di
Maria, è nell'angoscia, poichè avverte che
essa sta per diventare madre.
Un Angelo del Signore gli appare in sogno e lotranqulizza,
decendogli che quanto sta accadentdo è opera di
Dio.
S.Giuseppe sarà lo sposo vergine di Maria e il
Premuroso custode di Gesù.
Costruita nel 1603-4 nel portichetto gaudenziano del
1510-15.
Statue di Giovanni d'Enrico(1605-6)
Decorazione di Giuseppe Braziano e Lucrezio Regaldi
(1927).
LA CAPPELLA DEL PRIMO SOGNO DI S. GIUSEPPE.
Al complesso edilizio comunemente detto "di Nazaret",
appartiene anche la IV cappella, raffigurante il Primo
sogno di S. Giuseppe. La sua origine è relativamente
tarda. Infatti essa non rientrava nel piano iniziale
del Padre Caimi, né era stata pensata nel periodo
gaudenziano di grande fervore costruttivo. Risale invece
all'età della controriforma, in piena fase di
ristrutturazione del Sacro Monte, in un momento già avanzato
dell'episcopato novarese del Ven. Carlo Bascapè.
È infatti
solo nella sua visita pastorale del 1603 (4 aprile)
che il vescovo stabilisce di far erigere questa cappella
e quella dell'Inchiodazione alla croce. Il luogo prescelto
per seguire la successione dei fatti evangelici è quello
dell'arcata d'angolo del portichetto situato poco sotto
alla Visita di Maria a S. Elisabetta.
Come già si è detto ripetutamente, sia
trattando della cappella dell'Annunciazione, sia della
Visita a
S. Elisabetta, questo portichetto era stato costruito
attorno alla primitiva Grotta di Nazaret o dell'Annunciazione,
eretta dal Caimi ad imitazione di quella di Terra Santa.
Siccome essa era agli inizi del Sacro Monte la cappella
che per prima si incontrava dopo aver raggiunto il "super
parietem", e costituiva anche la prima di tutte
le scene rappresentate nella Nuova Gerusalemme varallese,
era parso ben presto necessario darle maggior prestigio
dotandola di un portichetto che avrebbe costituito
anche un punto di sosta per i pellegrini stanchi per
la salita ed un utile riparo dalle intemperie.
Esso
venne dunque a protegger la grotta sui due lati liberi,
ossia a mezzogiorno e ad occidente, con due arcate
per lato ed il tetto posato direttamente sulle volte.
Solo in seguito verrà soprelevato per ricavare
una camera per il servo del Sacro Monte.
La sua datazione
deve aggirarsi attorno il 1510-15, perché la
bella decorazione dipinta a motivi architettonici rinascimentali
che ancora in parte orna la prima arcata verso ovest,
e che in parte è nascosta sotto la calce sul
lato di mezzogiorno, rivela un'affinità così stretta
con quella del portico gaudenziano della cappella di
Loreto alle porte di Varallo e degli archi sottostanti
alla grande parete affrescata da Gaudenzio alla Madonna
delle Grazie, da far pensare che sia degli stessi anni,
e che, come egli fu l'autore delle due dolcissime statue
lignee della Madonna e dell'Angelo per la Grotta dell'Annunciazione,
così anche sia stato l'architetto che ideò ed
eresse il piccolo portico antistante.
In una delle prime celebri vedute del Sacro Monte,
conservata a Brera, e risalente a poco dopo il 1540,
se ne intravede, sotto alla cappella dell'Annunciazione
(allora della S. Casa di Loreto) il lato verso occidente
con le sue due arcate; così pure si scorgono
nella veduta xilografica che accompagna la guida del
1566 le arcate di mezzogiorno. Il portichetto è poi
anche riprodotto con esattezza nella sua struttura
originaria nella planimetria del complesso di Nazaret
nel "Libro dei Misteri" (1565-70).
Ma proprio in quel giro di anni, avvertita l'esigenza
di rappresentare la Visita di Maria a S. Elisabetta
in seguito al sempre più vasto diffondersi della
devozione al Rosario, si era in un primo momento iniziato
ad adattare a questo scopo un "picciol loco" posto
subito dopo l'Annunciazione di allora (attuale Visitazione),
come ricordano le guide del 1566 e dei 1570.

II "picciol
loco", come già si è detto trattando
della cappella della Visitazione, non è altro
che la prima arcata del lato del portichetto verso
mezzogiorno, ossia quella più a levante. Essa
venne allora chiusa; infatti, ancor oggi, il modesto
vano che se ne ricavò, delimitato da sottili
pareti, è raffinatamente ornato a motivi decorativi
cinquecenteschi, sia sulle pareti che sulla volta,
eseguiti evidentemente poco dopo il 1566. Presentatasi
però alla fine dei 1572 l'occasione di usufruire
dell'ambiente molto più prestigioso dell'Annunciazione
che veniva trasferita nella S. Casa di Loreto, rimase
sospeso il completamento di questo piccolo ambiente
per una prima ed assai umile soluzione per accogliere
la Visita di Maria a S. Elisabetta.
Cosi quel modesto
locale ricavato dalla prima arcata del portichetto,
venne degradato a magazzino, come è tuttora,
mentre la parte superstite del portico risultava ormai
ridotta solo più a due arcate; quella d'angolo
e quella a nord.
Esse erano abitualmente sfruttate, data la loro posizione,
per ricovero dei pellegrini, come abbiamo già detto,
ma anche come luogo di ristoro. Infatti il vescovo
Bascapè nella relazione della sua visita pastorale
in data 25 settembre 1594, rimproverava l'uso invalso
di vendere cibarie sotto l'arco della Porta Maggiore
e di fermarvisi a mangiare e ricordava che era a ciò riservato
appunto un basso edificio presso il sacello dell'Annunciazione,
ossia il portichetto, per la cui mansione il servo
del Sacro Monte riceveva denaro.
Ma non molto dopo, nel 1597 veniva impiantata presso
la Porta Maggiore la prima osteria, per cui il portichetto
si rendeva libero.
In una sua nuova visita al Sacro Monte il 4 aprile
1603 lo stesso vescovo mons. Bascapè pensò di
usufruirne per collocarvi la nuova raffigurazione del
Primo sogno di S. Giuseppe.
In seguito a questa decisione
vennero chiuse le arcate e separate tra loro le due
campate. Quella più a nord, collegata con la
primitiva Grotta di Nazaret, venne ridotta a ripostiglio,
come è tuttora, quella anteriore, d'angolo,
con la caratteristica grande finestra ovale sulla parete
sinistra, accolse il nuovo episodio evangelico che
dovette venir raffigurato abbastanza celermente, richiedendo
in realtà un impegno molto limitato, sia dal
punto di vista finanziario che costruttivo e scultoreo
per il numero esiguo di statue necessarie alla scena.
Stando al Butler, la guida pubblicata dal Ravelli nel
1610 non fa ancora cenno a questa nuova cappella, per
cui ne deduce, seguito dal Galloni e da altri studiosi,
che in quell'anno l'ordine del Bascapè non era
ancora stato eseguito.
Ma la guida del 1610 non era altro che la ristampa
di quella dei 1607, a sua volta ristampa di quella
del 1606,
ristampa a sua volta di quella del 1599, per cui non
stupirebbe che non vi fossero stati apportati tutti
i più recenti aggiornamenti.
Il Durio però nella
sua scrupolosa ed attentissima bibliografia del Sacro
Monte, nell'elencare tutte queste ristampe è costretto
a confessare che, nonostante tutte le ricerche fatte,
non era riuscito a sapere ove esistessero le copie
di queste quattro edizioni.
Confrontando poi il testo
del Galloni con l'Ex voto del Butler ci si accorge
subito che il Galloni non fa che ripetere una notizia
tratta dall'Ex voto senza aver pensato di controllarla
sul testo originale, per cui mi pare si possa avanzare
qualche sospetto sull'esattezza della notizia data
dal Butler. In sostanza l'unico che avrebbe visto la
guida del 1610 è stato solo lui; tutti gli altri
autori che la citano si sono sempre ed esclusivamente
rifatti alla sua fonte. Esiste dunque veramente la
ristampa del 1610? Non avrà forse il Butler
letto in modo errato la data? non si sarà confuso
fra tante ristampe?
Alla luce di queste osservazioni mi pare che almeno
per ora non si possa tener conto in modo assoluto di
quanto dedussero il Butler ed il Galloni per una datazione
della cappella del Primo sogno di S. Giuseppe ad un
momento successivo al 1610.
Risulta per di più in pieno contrasto con quella
deduzione, che la cappella era invece certamente terminata,
forse già da qualche anno. Infatti nella xilografia
di Gioachino Teodorico Coriolano che illustra la scena
nella prima edizione della guida di Gian Giacomo Ferrari,
edita a Varallo nel 1611, fatta conoscere dal Durio
solo nel 1943, e ripubblicata poi in tante altre guide
nei secoli successivi, si vede chiaramente raffigurata
la scena nella piccola stanza con l'Angelo a sinistra,
la Vergine al centro che cuce, S. Giuseppe seduto dormiente
sulla destra.
É ovvio che il tempo necessario
per la stampa del libretto e molto di più quello
per la preparazione delle xilografie (ben 52) da parte
del Coriolano, riportano indietro non solo di mesi,
ma certo anche di più di un anno. Tenendo conto
poi che la xilografia del Sogno di S. Giuseppe è una
delle prime dell'opera e che se l'autore, come pare
ovvio iniziò ad intagliarle secondo l'ordine
dei fatti, questa deve esser stata una delle prime
ad essere eseguita, quindi parecchio tempo avanti al
1611.
Non si dimentichi inoltre che il Coriolano era
certamente a Varallo nel 1606 quando eseguì l'incisione
in legno colorato con il Moderno, e vero Ritratto dei
Sacro Monte, e di tutto il Borgo dì Veral Sessia,
conservata in copia unica al Museo del Paesaggio di
Pallanza.
Ora, dunque, quando fu eseguita la xilografia del Primo
sogno di S. Giuseppe la cappella doveva essere del
tutto terminata.
Da questo lungo discorso si deve quindi
conchiudere che la sua erezione deve essere circoscritta
tra il 1603 ed il 1607-8 al massimo, anche se bisognerà attendere
la visita del cardinal Taverna del 1617 per aver la
più antica testimonianza scritta che la cappella
era completamente allestita, decorata e provvista di
statue.
E chi fu l'autore delle tre pregevolissime sculture?
Nessuna guida del secolo XVII (compresi il Fassola
ed il Torrotti) e di tutta la prima metà del
Settecento ne riporta il nome. È solo con la
guida del 1779, come notava già il Galloni,
(quindi ben 170 anni dopo l'esecuzione dell'opera)
che si dà per la prima volta come autore il
Tabacchetti e questa notizia verrà da allora
ripetuta fino ai primo decenni del nostro secolo (è riportata
infatti ancora dal Romerio nel 1932).
Intanto il Cusa nel 1857 fa notare che la figura della
Madonna che cuce doveva essere stata ripresa da un
piccolo modello in terracotta di Gaudenzio (ancor
esistente
all'inizio del nostro secolo) presso la famiglia Rivaroli
di Valduggia (oggi non più reperibile). In seguito
il Butler nel suo Ex voto (1894) si soffermerà a
lungo sulle sculture della cappella per cercar di dimostrare
che il Tabacchetti fu a Varallo una seconda volta dopo
il 1610 per poter eseguire queste statue ed altre della
cappella dell'Ecce Homo.
Cresceva così la fama
di queste figure, tanto che il senatore belga Giorgio
Montefiore Levi nel 1900 fece eseguire i calchi della
Madonna che cuce e del S. Giuseppe che dorme dal modellatore
Carlo Campi di Milano e l'anno successivo le donava
ai Musées Reyaux d'art et d'histoire di Bruxelles,
perchè il Belgio potesse avere qualche documento
dell'opera di un suo grande artista.
Nel 1909 il Romerio, sul bollettino del Sacro Monte,
notava l'esistenza di repliche in plastica in piccole
dimensioni della figura della Madonna, tra cui una
nella sacrestia della chiesa di Rima S. Giuseppe (ed
a questo proposito viene da supporre che anche la statuetta
vista a Valduggia dal Cusa, più che un eventuale
modellino in terracotta di Gaudenzio, sia stata anch'essa
una delle varie repliche di ignoto autore a cui accenna
il Romerio).
Finalmente nel 1914 il Galloni confuterà in
modo pienamente convincente la tradizionale attribuzione
delle statue al Tabacchetti ed i ragionamenti del Butler
per dimostrare invece che, sia per ragioni stilistiche
che cronologiche, autore ne fu Giovanni D'Enrico. Ma,
come si è visto, per molti anni ancora resisterà la
vecchia, tradizionale attribuzione.
Ora, dopo quanto abbiamo cercato di dimostrare, possiamo
ritenere le tre statue del Primo sogno di
S. Giuseppe, tra le prime eseguite dal D'Enrico sul
Sacro Monte dove iniziò la sua attività di
statuario attorno al 1605, quasi contemporaneamente
quindi ai gruppi dell'Orazione nell'orto, dei Discepoli
dormienti e della Coronazione di spine, quasi certamente
subito prima della grande impresa dell'Ecce Homo con
le sue quaranta statue.
Certo si tratta delle più alte ed ispirate che
il grande maestro alagnese abbia modellato in questo
primo periodo. La regale figura dell'Angelo si impone
per il gesto solenne e misurato, per la ricca complessità dei
panneggi, per la grandiosità dell'impostazione
che ne fa dominare idealmente tutto il piccolo vano,
quasi a farlo vibrare con il suo divino messaggio.
Ma sono soprattutto le due statue della Vergine e di
S. Giuseppe le più cariche, fin nelle più intime
fibre di una verità impressionante e della intensa
e profonda umanità del D'Enrico.
La Madonna
che cuce, sempre tanto esaltata per la spontaneità della
posa, e certo memore ancora di intime suggestioni gaudenziane,
umile contadinella valsesiana, sembra quasi imporsi
un'attenzione ed una concentrazione del tutto particolari
per nascondere e sviare il suo cocente dramma interiore.
Giuseppe pare a sua volta colto più che nel
riposo del giusto, nella posa di chi vuol dare l'impressione
di un sonno sereno, mentre in realtà medita
profondamente sui gravi pensieri che lo turbano. Domina
la scena un profondo silenzio carico di tensione, forse
ancor più accentuato dell'estrema, quasi elementare
semplicità della regia.
Tutto il gruppo, già restaurato nel 1969 da
Ines Pignoni, venne poi, (caso unico ed irripetibile)
smontato e
trasportato a Milano ove fu esposto alla mostra del
Seicento Lombardo a Palazzo Reale nel 1973.
Per quanto si riferisce alla decorazione pittorica
della piccola cappella, nulla ci hanno detto le antiche
guide, come già per le sculture. Anche in questo
caso è solo nel 1779 che per la prima volta
compare il nome del Luini, ripreso come di consueto
da quasi tutte le guide successive fino ai giorni nostri.
La notizia pare a prima vista insostenibile per ovvie
ragioni cronologiche essendo scomparso il Luini almeno
una trentina di anni prima dell'erezione della cappella.
Si potrebbe invece prendere in considerazione solo
supponendo che la volta fosse già stata decorata
quando costituiva ancora una campata del portico, che,
come si è visto, rivela ancora tracce di decorazioni
cinquecentesche all'esterno; infatti i motivi che le
ornano sono di gusto prettamente rinascimentale.
Risulta
poi dalla relazione della visita del cardinal Taverna
(1617) che egli ebbe a criticare la decorazione pittorica
raffigurante l'Annunciazione, mentre voleva rappresentasse
semplicemente l'interno di una casa. Ma su quale parete
era il dipinto?
E si trattava dell'Annunciazione della
Madonna o dell'Annuncio a S. Giuseppe?
Nel primo caso
il soggetto poteva essere posto ancora in relazione
con la Grotta di Nazareth ed avrebbe potuto esser eseguito
attorno al 1566-70 quando si chiuse la prima arcata
per ricavarne l'ambiente per la prima cappella della
Visitazione. In tal caso il dipinto avrebbe potuto
essere ancora del Luini.
Se invece si trattava di un
Annuncio a S. Giuseppe, bisognerebbe pensare ad un
affresco eseguito nel 1603 per rappresentare immediatamente
il soggetto designato dal vescovo per la nuova cappella
in attesa che l'opera potesse essere eseguita in modo
definitivo in scultura, quindi si sarebbe trattato
di un dipinto di un più tardo artista.
È
certo che prima o poi l'ordine dei cardinal Taverna
venne eseguito; la scena dell'Annunciazione scomparve
e le pareti vennero ornate da motivi raffiguranti preziosi
tendaggi. Guastati in parte dall'umidità gli
affreschi vennero rifatti, sempre a motivi di ricchi
drappi, nel 1927 dai pittori Giuseppe Braziano di Bastia
di Borgosesia e Lucrezio Regaldi di Varallo e recentemente
ritoccati dal restauratore Fermo Dedominici di Boccioleto.
A questi ultimi tempi appartiene anche la pregevolissima
grata in ferro battuto. donata dal varallese dottor
Giulio Calderini e dalla sua famiglia, e modellata
dal valente artefice Michele Tosetti (l'appassionato
ed infaticabile custode del Sacro Monte) che la eseguì con
rara maestria nel 1960, come testimonia il cartiglio
che affianca lo stemma dei donatori.
|