I
nostri progenitori, Adamo ed Eva , disobbediscono a
Dio, mangiando il frutto da Lui proibito.
Perdettero per sé e per i loro discendenti il
dono della Grazia che li aveva elevati alla vita soprannaturale.
Costruita nel 1565-66 su progetto di Galeazzo Alessi.
Statue del Tabacchetti (1597-98) e di Michele Prestinari
(1594).
Affreschi esterni dei Fiamminghini (1604-05), interni
di Francesco Burlazzi (1885-86).
Stucchi dei fratelli De Mangone.
LA CAPPELLA DI ADAMO ED EVA
L’idea di erigere la cappella del Peccato
originale o di Adamo ed Eva non rientrava nel piano
iniziale del P.Bernardino Caimi, tutto volto a riprodurre,
come ormai ben noto, nel modo più scrupoloso
possibile, i principali luoghi santi della Palestina.
Essa risale ad un’epoca assai più tarda,
al 1560 circa, quando per impulso del nobile milanese
Giacomo d’Adda e di sua moglie, la varallese
Francesca Scarognini, si diede avvio ad una nuova
fase di sviluppo del Sacro Monte.
L’erronea affermazione dell’Arienta e
del Butler che già esistesse una cappella
di Adamo ed Eva ove ora si trova quella della Incoronazione
di spine, confutata una prima volta dal Galloni,
ha poi ricevuto una definitiva smentita dalla guida
del 1514 solo più tardi scoperta.
La cappella, detta anche della Creazione o del Paradiso
terrestre, venne progettata, come la Porta Maggiore,
che le sorge dinanzi e con la quale costituisce uno
splendido ed unitario complesso monumentale con efficacissimo
effetto prospettico, dal grande architetto manierista
Galeazzo Alessi.
Egli, seguendo il volere dei d’Adda, la ideò secondo
un disegno grandioso, sia perché doveva costituire
la logica premessa alla narrazione della vita del
Redentore, sia perché, essendo la prima, doveva
soddisfare pienamente
“il primo scontro di chiunque visiterà questo
Monte”,
come dirà in un suo manoscritto Giovanni Antonio
d’Adda.
La parte muraria venne eretta quasi contemporaneamente
alla Porta Maggiore e compiuta verso il 1565-66,
come pare si possa dedurre dalla guida del Sesalli edita a Novara
nel 1566, che così la descrive:
“ Dentro si trova a fronte dell’entrata
Un bel principio d’una santa chiesa
Che pur tutta ora è fabbricata
E sopra alte colonne sta sospesa
Con bella architettura molt’ornata…”
E sebbene non compaia ancora nella celebre xilografia che illustra la guida stessa,
però anche nel “Libro dei Misteri” la si dice ripetutamente
già tutta fabbricata.
Ne risultò un ampio vano a struttura centrale, circolare all’interno,
poligonale all’esterno, con quattro aperture (una per ogni punto cardinale),
coperto da una cupola con lanternino e preceduto da una solenne facciata, una
delle più prestigiose di tutto il Sacro Monte. Essa è coronata
da un grandioso timpano sorretto da un nobile porticato tetrastilo ad arco serliano
con colonne tuscaniche, che riprende l’analogo ritmo, tipico dell’Alessi,
che caratterizza particolarmente il portico del cortile di Palazzo Marino (ora
Municipio) a Milano e quello distrutto di villa Sauli a Genova.
Tale schema di facciata troverà larga fortuna in chiese ed oratori della
Valsesia, ad incominciare dalla cappella di Cesare Maggi lungo la salita del
Sacro Monte e nel pronao di quella della Trasfigurazione.
Conchiusa da poco la costruzione della parte architettonica, Giacomo d’Adda
nel suo testamento del 7 marzo 1567 dispose che la cappella venisse fatta completare
dai suoi eredi, ed in secondo testamento del 26 dicembre 1571 ripetè le
stesse disposizioni.
L’anno successivo, nel memoriale del 12 novembre 1572, vennero elencate
le opere da compiersi nella cappella, ossia: fare la pavimentazione, aggiustare
la lanterna, chiudere le finestre originariamente aperte secondo il progetto
dell’Alessi “et serrare la porta per potervi lavorare in fare le
figure di rilievo per il M(aestro) che ha da venire da Milano et poi pensare
di trovare un pittore ecc(ellentiss)imo per pingere tutta detta cappella”.
Purtroppo rimase ignoto il nome dello scultore milanese. Le opere dovettero venire
eseguite con una certa sollecitudine;
infatti le finestre scomparvero e sotto il portico venne chiusa la porta centrale
riducendola a finestra e si aprirono le due finestrine laterali. E’ certo
anche che lo scultore ben presto eseguì la sua opera seguendo il disegno
contenuto nel “Libro dei Misteri”. Infatti in un elenco di casa d’Adda
che il Galloni data verso il 1574, la cappella è già descritta
con “Adamo ed Eva, l’arbore et serpente di rilieuo con il Dio Padre
che par che dica: Adam ubi es?”. Nove anni dopo la guida edita nel 1583
riferisce l’identica situazione con espressioni non molto diverse.
Ma proprio nello stesso anno 1583, con un contratto
del 26 aprile si provvedeva finalmente alla decorazione
incaricando i fratelli Vincenzo e Gerolamo De Mangone,
detti de’ Moietti da Caravaggio di ornare di stucchi e oro sia l’interno
che l’atrio e di dipingere nella cupola le gerarchie dei cori celesti.
Ma l’opera rimase incompiuta per la morte di Vincenzo.
Si può comunque ritenere che le raffinate decorazioni in stucco di gusto
lombardo tardo Cinquecento sulla volta del portico e quelle interne costituite
da fasce e cornici ornate di fregi ad intervallare gli spazi per gli affreschi,
siano stati eseguiti dai due fratelli De Mangone o Mangone
.
Ma le statue di Adamo ed Eva modellate tra il 1572 ed il 73 dall’ignoto
scultore milanese, forse un artista di non grande livello, non dovevano aver
ottenuto grande successo perché Giovanni Antonio d’Adda, figlio
di Giacomo, divenuto nel 1589 fabbricere del Sacro Monte, in un suo manoscritto
propose di correggerle perché secondo lui non del tutto rispondenti alla
lezione biblica e suggerisce pure di togliere la figura del Padre Eterno, modificare
l’albero, il serpente e completare la decorazione parietale rimasta interrotta
per la morte di uno degli artisti.
Per un decennio non si fece nulla; ma nella sua prima visita al Sacro Monte,
nel settembre 1593 anche il nuovo Vescovo di Novara, Carlo Bescapè, censurò le
due statue. Si decise così in una convenzione del 4 gennaio 1594, già ricordata
dal Tonetti, tra i fabbriceri ed il pittore Domenico Alfano di Perugia, che quest’ultimo
dovesse eseguire la decorazione, fare le statue delle persone e degli animali
secondo l’ordine del vescovo, che dovesse fare ciò con un maestro
esperto in quell’arte e che preparasse un quadro, ossia un bozzetto, prima
di iniziare l’opera, perché venisse approvata; in caso contrario
il lavoro sarebbe stato sospeso. I fabbriceri avrebbero fornito tutto il materiale,
tra cui è specificata anche la latta per rifare l’albero. L’Alfano
incaricò dell’esecuzione delle statue lo scultore luganese Michele
Prestinari, perché da un estratto di conti risulta che quest’ultimo
eseguì tra il 28 giugno 1594 ed il 21 gennaio 1595 le due figure di Adamo
ed Eva. Il Prestinari era al Sacro Monte nell’ottobre del 94.
Da un pagamento più tardo, ma il Galloni non dice l’anno esatto,
da parte dell’Alfano a Giovanne fiamingo per rifare Adamo ed Eva, il Galloni
stesso dedusse che si trattasse del pagamento ai Fiamminghini per l’esecuzione
degli affreschi. Ma non si dovrà invece identificare il Giovanne fiamingo
con il Tabacchetti? Prima di tutto, se si fosse trattato dell’esecuzione
degli affreschi, fino allora mancanti, perché sarebbe stato usato il verbo “rifare”?
Per di più dal contratto per modellare le statue della Salita al Calvario
stipulato col Tabacchetti il 27 aprile 1599 risulta che egli aveva da poco tempo
rifatto ancora
una volta il gruppo di Adamo ed Eva. Segno che anche quello eseguito nel 94 dal
Prestinari non era piaciuto, ed il Prestinari non ricomparirà più sul
Monte. Ma il Tabacchetti ha in più l’incarico di “mettere
in opera il luoco meno apparente le quattro statue di Adamo ed Eva che sono in
detto Sacro Monte” (due dell’ignoto scultore del 1572-73, due quelle
plasmate dal Prestinari nel 94). Queste ultime, come è ben noto, rivestite
in foggia di soldati verranno collocate nella Cattura presso il muro a destra
di chi guarda. Le prime due saranno andate distrutte o saranno state riadattate
dal Tabacchetti nella Salita al Calvario o nella Tentazione?
A questo punto risulta abbastanza chiaro la complessa vicenda riguardante le
statue di Adamo ed Eva, rifatte per ben tre volte nel giro di pochi decenni.
Più incerta è invece per ora quella delle altre figure. Probabilmente
il Padre Eterno è ancora la primitiva statua dell’ignoto scultore
milanese che lavorò tra il 1572 ed il 73; l’albero deve essere quello
rifatto verso il 94 dall’Alfano o dal Prestinari e così il serpente
che nella prima redazione aveva la testa umana e non era piaciuto a Giovanni
Antonio d’Adda. E gli animali che costituiscono un vero, curiosissimo serraglio
(ben quarantadue secondo le guide del Settecento e del primo Ottocento), espressamente
citati nell’atto di allogazione del 4 gennaio 1594 vennero eseguiti dall’Alfano
o dal Prestinari?
Molto probabilmente dal secondo che era scultore; anche le guide più recenti
li danno di preferenza a lui. Sei vennero però rifatti nel 1886 (tra essi
la lepre, il coniglio, il cervo ed un uccello simile ad un tacchino selvatico)
per opera dello scultore Giuseppe Antonini, in sostituzione di quelli rovinati.
Più problematica ancora la questione delle pitture, sia del portico che
dell’interno, raffiguranti le Storie della creazione.
Tradizionalmente ad incominciare dal Fassola (1671) furono sempre ritenute dei
Fiamminghini. Solo il Bordiga nel 1830 diede all’Alfano quelle interne
che sarebbero state eseguite con poca pratica delle tecnica dell’affresco
per cui si annerirono, ed assegnò senza alcuna ragione a Giovanni Miel
di Anversa, che non fu mai al Sacro Monte, quelle del portico.
Il Galloni datò sia
le une che le altre al 1594 in seguito al già ricordato atto del 4 gennaio
di quell’anno con cui si allogava all’Alfano tutto il rinnovamento
interno della cappella, assegnandole però ai Fiamminghini che identificò con
il Giovanne fiamingo che doveva rifare Adamo ed Eva. Ma il documento che ricorda
quest’artista è, come dice lo stesso Galloni, di qualche tempo posteriore
al 1594, per cui in tal caso gli affreschi non possono risalire a quell’anno.
Per di più il Tonetti nella sua guida della Valsesia fa notare che la
convenzione del 1594 con l’Alfano venne rinnovata il 27 aprile 1599 e che
di conseguenza i dipinti non poterono essere eseguiti prima del 1600. Mi pare
però che non si sia tenuto conto finora di un altro dato, citato pure
dal Tonetti, concernente gli “ordini datti per depingere la capella d’Adamo,
et approbati da Monsignor Rev.mo a dì 11 dicembre 1603”.
Dunque
alla fine di quell’anno la cappella era ancora priva di affreschi; non
furono perciò eseguiti dall’Alfano nel 1594, né da altri
nel 1600, ma soltanto nel 1604-5.
E chi ne fu allora l’autore? Molto difficilmente l’Alfano che ormai
scompare dalla scena del Sacro Monte, quindi molto più probabilmente dai
Fiamminghini in un nuovo loro ritorno finora ignorato a Varallo. La cosa pare
trovare conferma nel fatto che poco più di sessant’anni dopo il
Fassola proprio a loro li assegnerà senza ombra di dubbio.
Gli affreschi interni raffiguranti le Storie di Adamo ed Eva, come ben noto,
deperiti in seguito, non tanto per l’imperizia degli artisti, quanto per
l’umidità proveniente dal lanternino della cupola, vennero rifatti
tra molte polemiche dal pittore parmense, ma naturalizzato varallese, Francesco
Burlazzi, con corretto stile accademico negli anni 1885-86.
La cappella, la cui facciata era già stata restaurata nel 1826 per munificenza
della marchesa di Parella, come ricorda il Bordiga, subì in seguito altri
restauri, e precisamente nel 1919 per opera di Teodoro Ragozzi per quanto riguarda
gli animali e nel 1969 da Ines Pignone e Giorgio Perrone.
|