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Sacro Monte delle origini, così come sorse per
opera del P. Bernardino Caimi e come andò sviluppandosi
agli inizi del Cinquecento, doveva essere del tutto
privo di mura. Anche la prima guida, quella del 1514,
non accenna all'esistenza di una recinzione. Ma una
delle più antiche vedute che fa da sfondo ad
una pala di Brera attribuita a Giuseppe Giovenone il
Vecchio od al Lanino e risalente al 1543 circa, e così pure
le sue repliche della chiesa di Caresanablot e della
sacrestia del Duomo di Torino, rivelano già la
presenza di alcuni tratti di mura sui lati nord ed
ovest nei pressi dell'attuale cappella del Signor bianco
e della Chiesa Nera (attuale Tentazione).
È tuttavia solo nei due decenni successivi
che si fa strada l'idea di racchiudere tutto il perimetro
del Sacro Monte delimitando così l'area sacra
ed erigendo di conseguenza una porta monumentale
che ponga nel dovuto risalto l'ingresso solenne al
sacro recinto. Infatti nella planimetria databile
a poco dopo il 1565 che apre il famoso Libro dei
Misteri di Galeazzo Alessi, compilato per incarico
di Giacomo d'Adda, è già segnato il
tracciato di un muro che partendo dall'antico Palazzo
di Pilato (un tempo esistente nei pressi della porticina
secondaria che si affaccia sulla strada che sale
da Varallo nel punto in cui raggiunge il culmine)
delimita verso nord il recinto del Sacro Monte ed è già pure
distintamente disegnata a metà della sua lunghezza
la pianta della Porta Maggiore di fronte alla cappella
di Adamo ed Eva, contrassegnata anche dalla didascalia «La
porta principale».
Così pure nel proemio del Libro dei Misteri
l’ Alessi si indugia compiaciuto nel descrivere
il suo progetto a riguardo del muro e della Porta
Maggiore con queste parole: «Nè meno
prudenza mostrarono nel cingerlo come si vede di
muri avendo abracciato solo quella parte che è più comoda
e più atta a tali edifitii che nessun altra;
et per questo mi piace che a questa cintura di muro
si sia fatta così onorata porta di marmo riccamente
ornata come si vede; vorrei bene che a questa porta
si pervenisse dalla strada che si parte dalla sudetta
terra di Varallo, che piacevolmente ascende alla
sommità del Monte ch'è avanti essa
alquanto più verso tramontana, et da detto
bosco si ascendesse a la piazza che è hora
avanti a detta porta, la quale vorrei fosse ampliata
et alla testa di essa mi piacerebbe che si facessero
due fontane di acqua viva che si mirassero l'una
l'altra, poste in mezzo di luoghi da sedere, acciò potessero
quelli che arrivano stracchi quivi rinfrescandosi
riposare; il che oltre il commodo che se ne riceverebbe,
renderebbe detta porta meravigliosamente ornata,
conveniente al bel paese che dentro si richiede et
alla copia di così belli ed ornati edifitii
che quivi si uedono».
Quasi contemporaneamente la guida del 1566 edita
a Novara dal Sesalli così si esprime;
«
E di muraglia cinta d'ogni intorno La sommità del
monte, che l'entrata Ha d'una porta di lavor adorno
di marmor ben composta et intagliata...» e
nel proemio in prosa cita «la porta de l'entrata,
fatta da poco tempo in qua», mentre nella ben
nota xilografia Ritratto del Monte di Varallo che
accompagna la stessa guida è messo in particolare
evidenza tutto il grande giro delle mura su cui campeggia
al centro la porta con la vistosa scritta che la
indica.
In una successiva planimetria del monte, appartenente
alla raccolta Ferrari dell'Ambrosiana di Milano,
tracciata dopo l'accantonamento del progetto del
Libro dei Misteri (circa 1575) compaiono quasi a
conferma non solo la pianta della Porta Maggiore
esattamente come si presenta nella realtà,
ma anche ampi tratti di mura, sia ad occidente sopra
la strada che sale da Varallo, che ad oriente, in
direzione diagonale, lungo il sentiero che scende
verso la Madonna del Cuore.
Come si è visto dunque la Porta Maggiore
nel 1566 era già eretta da poco tempo, quindi
la si può ritenere terminata verso il 1565.
Ne furono committenti il milanese Giacomo d'Adda
e la sua consorte, la varallese Francesca Scarognini.
Presso l'Archivio d'Adda di Varallo si conserva un
disegno corredato di notazioni tecniche che può considerarsi
autografo dell'Alessi e che costituisce certamente
il progetto esecutivo della porta tracciato perciò poco
dopo il 60, disegno improntato ad una sobria monumentalità di
apparenza classicheggiante pur richiamandosi a moduli
manieristico michelangioleschi.
L'accuratissima esecuzione deve essere avvenuta
ben presto, seguendo con scrupolosa fedeltà tutta
la parte centrale col grande fornice, le severe lesene
tuscaniche, la trabeazione (con qualche lievissima
variante) ed il caratteristico timpano, ma riducendo
sensibilmente le due brevi ali laterali architravate
che accentuavano il carattere manieristico e dilatavano
orizzontalmente la fronte dell'edificio. Ne è risultata
così una struttura più contenuta ed
armonica, lievemente più slanciata ed è da
credere veramente che la variante adottata sia stata
voluta dallo stesso progettista anche per raccordare
meglio la facciata con il retrostante corpo della
costruzione di dimensioni lievemente inferiori e
ricoperta da una piccola volta a crocera. Ce ne dà conferma
il Libro dei Misteri. Infatti l'ampia didascalia
che fiancheggia il disegno della porta avverte che «si
trova già fabbricata nobilissimamente tutta
di marmo», prova evidente della piena soddisfazione
ed approvazione dell'autore; ed il disegno stesso
rivela poi anche una perfetta aderenza all'opera
eseguita in tutte le parti, comprese le ali e la
trabeazione. Solo la fantasia manieristica dell'Alessi
aggiunge a maggior sontuosità e splendore
la proposta di due ricchi orecchioni a volute e palmette,
tipici proprio delle facciate controriformistiche,
che non verranno mai eseguiti, come raccordo con
i muri laterali, così come non saranno mai
realizzati ai lati della porta stessa i sedili «i
quali faranno requadramento a la piazza che essa
porta haverà davanti», nè gli
scalini d'accesso, nè le due fontane l'una
di fronta all'altra «che oltre al comodo che
se ne riceverà renderanno inestimabile vaguezza
all'ingresso di detta porta» come scrive l'Alessi.

Si
inciderà invece sull'architrave il celebre
distico: Haec
nova Hyerusalem, vitam summosque labores omnia atq(ue)
Redemptoris gesta refert.
che una assai tarda e dubbia tradizione vorrebbe
attribuire a S. Carlo Borromeo.
E proprio attraverso
questo nobilissimo ingresso monumentale, prologo
veramente degno dell'eccezionale
complesso della Nuova Gerusalemme varallese, passò ripetutamente
il santo arcivescovo di Milano Carlo Borromeo, passò suo
cugino cardinal Federico, passarono attraverso i
secoli santi e prelati, sovrani illustri come Carlo
Emanuele I° di Savoia e re Carlo Alberto, celebri
personaggi storici, artisti famosi ed una folla immensa
di umili pellegrini e di visitatori.
La Porta sarà anche di esempio per l'erezione
di varie altre nella valle come quella del borgo
di Varallo ed in età barocca della Porta Aurea
sullo stesso Sacro Monte, di quelle di Boccioleto,
di Carcoforo e di Cervatto ormai in gran parte smantellata.
Con l'andar del tempo presso la Porta Maggiore sorgeranno
l'osteria e delle botteghe, come ricorda il Fassola
nel 1597, che deturperanno in parte l'ambiente. Sorgerà poi
nell'800 l'edificio dell'albergo che lo comprometterà ancor
di più, fin che agli inizi del nostro secolo
l'aggiunta dell'alto corpo di fabbrica quasi addossato
alla Porta stessa, con la sua mole sproporzionata
schiaccerà l'architettura alessiana stravolgendo
ed annullando quasi totalmente il suo prestigioso
effetto di nobilissimo e trionfale ingresso al sacro
recinto.
Oggi poi che lo spiazzo antistante diventato
disordinato parcheggio ed area di manovra ha perso
anche il suggestivo, indescrivibile fascino che il
misterioso silenzio della natura gli conferiva quasi
mistica premessa alla Nuova Gerusalemme, siamo lontanissimi
dalla raffinata cornice architettonica vagheggiata
dall'Alessi.
C'è solo da augurarsi che il Portale
Maggiore (rifatto in tutto il suo intonaco nell'estate
del 1981) riprenda almeno in questi tristi tempi
la sua vera funzione anche protettiva di porta con
la chiusura dei battenti nelle ore notturne, come
già un tempo, per difesa da ladri e malviventi
dell'incalcolabile patrimonio di fede, di arte, di
civiltà e di cultura che il sacro recinto
da secoli gelosamente conserva.
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