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RISPA: UNA FORMELLA DEL NOSTRO PORTONE DI BRONZO

 

RISPA: UNA FORMELLA DEL NOSTRO PORTONE DI BRONZO

Nel numero del 26 gennaio di ‘Famiglia cristiana’ veniva pubblicato un articolo del Card. Ravasi  su Rispa questa figura biblica  un po’ sconosciuta, ma che è presente nel portone di bronzo della nostra basilica. Lo pubblichiamo molto volentieri .

All’interno anche delle famiglie più sventurate può brillare la luce della tenerezza e della dolcezza. Stiamo da alcune settimane intrecciando nelle nostre riflessioni bibliche due realtà. Da un lato, evochiamo storie familiari, consapevoli – come scriveva il grande Tolstoj nel romanzo Anna Karenina – che «le famiglie felici si somigliano tutte, mentre le famiglie infelici lo sono ciascuna a modo suo». D’altro lato, vogliamo celebrare la misericordia amorosa che pure s’annida nella trama quotidiana della vita familiare.

Questa volta proponiamo una vicenda biblica poco nota, narrata nel cap. 21 del Secondo Libro di Samuele. Protagonista è una sposa secondaria (“concubina”) del re d’Israele Saul. Il suo nome era Rispa, in ebraico “brace”, ed effettivamente il suo cuore materno era ardente di amore. Aveva, infatti, avuto da Saul due figli di nome Armonî e Merib-Baal. Morto in battaglia il re, asceso al trono il suo avversario Davide, la storia di questa donna che, tra l’altro, in passato aveva subìto violenza dal comandante dell’esercito di Saul, il generale Abner, aveva avuto un’ulteriore svolta tragica.

Il nuovo re Davide, per placare una popolazione perseguitata dal suo predecessore, gli abitanti della città di Gabaon, aveva deciso di consegnare loro il resto della famiglia di Saul, cioè cinque suoi nipoti (figli di sua figlia Merab) e i due figli di Rispa. I Gabaoniti li impiccarono tutti e sette su un colle, in estate, quando iniziava la mietitura. In questo scenario macabro, elevato quasi a truce monito e a segno di vendetta, avanza lei, la madre, Rispa. Sale su quella collina recando con sé solo un telo di sacco, lo distende sulla roccia pianeggiante della vetta ove si levavano i pali degli impiccati, trasformandola nel suo letto.

Inizia, così, una veglia, prima sotto il sole cocente dell’estate e, poi, quando subentra l’autunno, rimane immobile anche sotto le prime piogge. In ogni momento, si legge nel racconto biblico, «essa non permise agli uccelli del cielo di posarsi su di loro [i cadaveri] di giorno e alle bestie selvatiche di accostarsi di notte» (21,10). Questo atto di affetto materno genera a sua volta un gesto di compassione: Davide, commosso per l’atteggiamento di Rispa, fa raccogliere quegli scheletri martoriati e scarnificati e li depone accanto alle salme di loro padre Saul e del loro fratellastro Gionata nella tomba di famiglia, nel territorio della tribù di Beniamino di cui era originario il primo sventurato re d’Israele.

La presenza statuaria di Rispa su quel colle mentre scaccia gli uccelli rapaci e le bestie selvatiche, diventa l’emblema di tutte le madri che vegliano sui loro figli, sulle loro vicende spesso drammatiche, senza perdere mai il calore del loro amore. Anche se la scena è radicalmente diversa, il pensiero può correre a un altro colle, il Calvario, ove un Figlio è crocifisso davanti a sua madre. Maria in silenzio fissa Gesù e ne raccoglie le ultime parole che attestano un legame d’amore che va oltre la morte e che si allarga verso un nuovo orizzonte per la sua maternità.

Card. Gianfranco Ravasi

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